San Roberto Southwell

San Roberto Southwell
Nome: San Roberto Southwell
Titolo: Sacerdote gesuita, martire
Nascita: 21 febbraio 1595, Horshow Saint Faith, Inghilterra
Morte: Tyburn, Inghilterra
Ricorrenza: 21 febbraio
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione


Questo poeta-martire condivide con Gerard M anley T Topkins (che visse tre secoli dopo) gli allori letterari dei gesuiti inglesi. Come poeta la sua fama andò ben oltre il mondo cattolico e persino religioso: per quanto infatti i suoi versi non segnarono la poesia come quelli di Hopkins, tuttavia essi — come pure la sua prosa lirica — ebbero maggiore influsso sulla cultura del tempo.

La sua arte apparteneva al genere letterario allora in auge, eppure la sua opera sgorgava direttamente dalle circostanze e dall'ispirazione che guidavano tutta la vita di Roberto, cioè dal sacerdozio e dal martirio.

Nato nel villaggio di Horshow Saint Faith (contea di Norfolk), imparentato per parte materna con gli Schelleys del Sussex, dove trascorse parte della sua infanzia, Roberto fu mandato a scuola a Donai. Qui, sotto la guida del gesuita Leonardo Lessius, iniziò un brillante percorso scolastico, prendendo i primi contatti con la Compagnia. Trasferitosi a Parigi, studiò sotto la guida di Tommaso Darbyshire, che era stato arcidiacono nella contea di Essex al tempo della regina Maria. Quanto alla sua vocazione sembra che fosse indeciso tra il diventare gesuita o entrare nei certosini (stili di vita molto diversi), ma all'età di soli diciassette anni (o forse anche meno) rese nota la sua intenzione di entrare nella Compagnia di Gesù. Inizialmente fu rifiutato a causa della giovane età: il dolore per questo rifiuto gli ispirò il primo degli scritti a noi pervenuti, nel quale egli lamenta la propria esclusione in termini che potrebbero apparire un po' troppo melodrammatici rispetto a quanto la situazione richiederebbe: «Ahimè dove sono, dove sarò? Un vagabondo su una terra secca e riarsa».

La sua esclusione era comunque solo una questione di mesi: nell'ottobre del 1578 fu ammesso infatti al noviziato gesuita di S. Andrea a Roma. Si sono conservati anche alcuni scritti del periodo del noviziato, che mostrano un lucido apprezzamento della vita e dei compiti ai quali si stava preparando: «Quale eccezionale perfezione è richiesta a un religioso della Compagnia, che dovrà essere sempre pronto ad andare in una qualsiasi parte del mondo, tra qualsiasi tipo di gente: eretici, turchi, pagani o barbari». Ordinato sacerdote nel 1584 e nominato preside del Collegio inglese, fu inviato due anni dopo nella missione inglese insieme al suo compagno gesuita Enrico Garnet. Quando giunsero in patria era in vigore già da un anno il decreto che sanciva che qualsiasi prete formato all'estero in uno dei nuovi seminari, tornando in Inghilterra poteva essere accusato di alto tradimento. Anche solo dare ospitalità a tali persone era reato e Roberto doveva essere ben consapevole del probabile esito della sua missione, avendo letto la descrizione dell'esecuzione di Edmondo
Campion (1 dic. 1581) — il primo gesuita martirizzato in Inghilterra — resa da testimoni oculari. Egli scrisse a Roberto Persons, camuffando l'argomento come se si trattasse di una questione commerciale: «Egli [Campion] è stato il primo a caricare il suo vascello con mercanzie inglesi e con successo è tornato al porto sospirato. Giorno per giorno noi aspiriamo a qualcosa di simile». Alludeva evidentemente all'invio in missione e al martirio. Da Calais scrisse al generale dei gesuiti Aquaviva: «Non temo neppure molto le torture perché guardo dritto alla corona. La carne infatti è debole e non giova a nulla. Sì, quando penso a queste cose essa batte in ritirata».

Poco dopo il suo arrivo in Inghilterra partecipò a un'importante riunione a Hurleyford House nella valle del Tamigi, in cui si pianificò una nuova strategia per la sopravvivenza del cattolicesimo in Inghilterra. Durante la festa di S. Maria Maddalena (22 lug.), a cui partecipò Guglielmo Byrd, compositore di corte, i presenti cantarono una Missa Solemnis. Qualche tempo dopo Roberto tenne un sermone ai cattolici della prigione di Marshalsea a Londra sulla conversione di Maddalena (identificandola, come era solito a quei tempi, con la peccatrice penitente di Luca 7). Svolse quindi questo tema in un opuscolo, Le lacrime funebri di Maria Maddalena, che riuscì a far pubblicare e che ebbe un forte effetto sui costumi del tempo.

Tra i cattolici presenti a Marshalsea c'era Dorothy Arundel, che raccomandò Southwell ad Anna Dacre, sua parente e contessa di Arundel e'del Surrey, come sacerdote adatto ad amministrarle occasionalmente i sacramenti. Essa era moglie di Filippo Howard (19 ott.), allora prigioniero nella Torre; Roberto riuscì a fargli visita (scrisse per lui Trionfi sulla morte, al fine dí consolarlo della morte della sorellastra, Margaret Sackville). Tra Roberto c Anna nacque una profonda amicizia, ed egli cominciò quello straordinario servizio destinato a durare sei anni, vivendo in una piccola stanza in un'ala remota della casa degli Arundel, comportandosi in modo così discreto che solo un piccolo numero di servitori fidati era a conoscenza della sua presenza. Trascorreva i giorni pregando e scrivendo, uscendo solo di notte per amministrare i sacramenti ai cattolici. Fu lì che scrisse Una lettera di conforto, riuscendo a farla pubblicare in Inghilterra, molto probabilmente con l'aiuto di Anna: ella era, come egli scrisse, una di quelle «donne delicate che hanno assunto il coraggio degli uomini». La base di quest'opera era costituita dalla serie di lettere scritte a Filippo Howard e in seguito indirizzate più generalmente a tutti i cattolici perseguitati e detenuti. Tema centrale è la transitorietà e la volubilità dell'esistenza umana, che «nel mezzo della vita si trova già nella morte»; l'unico conforto consiste nel fatto che tutti si dirigono ugualmente verso la medesima fine: «E così è la vita dell'uomo: egli entra nel mondo con dolore, inizia il suo percorso con gemiti pietosi ed è continuamente molestato dalle avversità, non arresta mai la sua corsa finché non precipita alla fine dentro il mare della morte. La nostra ultima ora non è quindi l'inizio della morte ma la sua conclusione; perché allora è giunto a termine ciò che per molto tempo si stava compiendo, e completamente finito ciò che era ancora in divenire».

Roberto esercitò il suo ministero anche fuori Londra: a Badessey Clinton (Warwickshire) sfuggì per miracolo ad alcuni "cacciatori di preti" giunti mentre si apprestava a celebrare la Messa alle cinque del mattino: fece infatti in tempo a nascondere i paramenti e a entrare in un rifugio segreto costruito per i sacerdoti. In risposta alla Proclamazione del 1591 (secondo la quale i cattolici erano banditi solo per le loro intenzioni proditorie e non per la loro confessione religiosa in quanto tale), Southwell compose la sua Umile supplica a sua Maestà, attacco veemente contro l'affermazione ufficiale secondo cui non esisteva alcuna persecuzione per motivi esclusivamente religiosi. Riaffermando con sicurezza la lealtà dei suoi correligionari, scrisse: «Offriremo il petto ai colpi di spada del nostro paese piuttosto che usare le spade per spargere il sangue del nostro paese». Nonostante la sua vita riservata, Roberto era già allora una figura di spicco nella società letteraria inglese ed è stato recentemente ipotizzato (da Davide Lunn) che Southwell sia stato la causa propulsiva dell'evoluzione morale osservabile nell'opera di Shakespeare nel periodo 1591-1594: c'è infatti un netto cambiamento di tono e di temi tra Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia, dove il rapimento è trattato come un'allegoria della violazione dell'anima da parte del peccato mortale.

Shakespeare si era posto sotto il patrocinio del conte di Southampton, che Roberto conosceva dai giorni della sua infanzia nel Sussex. Fu al conte che indirizzò il suo Lamento di Pietro, un lungo racconto degli ultimi eventi della vita di Cristo posti sulle labbra di Pietro subito dopo il suo rinnegamento. In esso egli chiede un cambiamento morale: «Io porgo la domanda, la risposta è ora nelle tue mani». Il ratto di Lucrezia potrebbe quindi essere la risposta del grande drammaturgo: ma al tempo in cui fu scritto (1594) Southewell era già sulla strada dell'esecuzione capitale.

I missionari cattolici cercavano solitamente non tanto di convertire i veri protestanti quanto di riconciliare alla loro fede originaria i cattolici che l'avevano rinnegata. Southwell seguì questa strategia, unendola alla tendenza gesuita di concentrarsi sull'aristocrazia e sulle figure di rilievo, categorie alle quali appartenevano sia Southwell che Shakespeare (tuttavia non esiste alcuna prova, nonostante i numerosi tentativi di dimostrare il contrario, che Shakespeare abbia mai abbracciato il cattolicesimo o che si sia riconciliato con esso). Pare che per alcuni anni Southwell abbia condotto una vita tranquilla nel centro di Londra, venendo alla fine catturato, come molti suoi cc. missionari, a causa di un tradimento. Ti capo dei persecutori al servizio della regina, il famigerato Riccardo Topcliffe, aveva fatto pagare un prezzo esorbitante alla famiglia Bellamy per aver ospitato alcuni giovani fuggiti dopo l'insuccesso del "complotto Bebington": due dei loro figli furono messi a morte, un terzo fu torturato ed esiliato e la loro sorella Anna fu violentata da Topcliffe stesso. Rimasta incinta le fu offerta la riparazione di un onorevole matrimonio se avesse invitato Roberto Southwell nella sua casa di Uxenden Hall nell'Harrow; ella acconsenti e Roberto fu quindi catturato.

Il luogo dove si trovava la sua attrezzatura tipografica fu scoperto, ed essa venne distrutta. Fu condotto a casa di Topcliffe in Westminster, dove era allestita una camera di tortura (v. Tommaso Pormont, 20 feb.). Roberto fu attaccato dieci volte per i polsi ad anelli agganciati a un uncino sul soffitto: era il "muro della tortura" appena ideato. Il primo ministro di Elisabetta, Roberto Cedi, testimone oculare, dichiarò che non era «possibile per un uomo sopportare tanto. Eppure ho visto Roberto Southwell pendere lassù, rigido come un tronco d'albero, ma nessuno riusciva a farlo parlare». Roberto stesso, descrivendo le dieci torture, disse che «ciascuna era peggio della morte». Fu quindi incarcerato nella Gatehouse e nella Torre per quasi tre anni senza che alcuna accusa fosse mossa contro di lui. Alla fine egli chiese a Cecil di essere processato o di poter godere di qualche misura di libertà. In risposta a questo appello fu condotto in tribunale e condannato per il fatto di essere un sacerdote.

Il suo processo e la sua esecuzione provocarono però una svolta, portando alla deposizione di Topcliffe e alla ribellione generale contro il barbaro metodo dell'impiccagione, trascinamento del corpo e squartamento. Segnò inoltre l'avvio di metodi più diplomatici per tenere i cattolici sotto controllo. Topcliffe tentò inizialmente di negare di aver mai sottoposto qualcuno a torture e, come fece Adolf Eichmann secoli dopo, affermò di essere stato un semplice esecutore degli ordini: «Io non feci altro che metterlo contro un muro. Avevo il potere di disporre di lui come ho fatto [...i ho le lettere del Consiglio che lo provano». La risposta di Roberto fu semplice e radicale nella sua evidente veridicità: «Voi siete un uomo malvagio». Topcliffe iniziò allora un violento battibecco con il giudice che lo costrinse infine al silenzio. Era la fine dei cinque anni del suo regno di terrore. Il verdetto tuttavia fu inevitabile: Roberto sarebbe stato impiccato, sventrato e squarta-o a Tyburn.

Come avvenne con la crocifissione di Gesù, fu condannato a essere giustiziato insieme a lui un famigerato bandito del tempo. Si voleva evidentemente distogliere l'attenzione dall'esecuzione di un famoso poeta: ciò però sortì il solo effetto di aumentare la folla. Roberto, come era usanza, fu condotto a Tyburn su una carretta, ma procedette a testa alta, e i molti che tra la folla avevano assistito a più esecuzioni lo definirono «la figura più nobile che avessero mai visto andare a Tyburn per l'impiccagione». Roberto lanciò il suo fazzoletto tra la folla a Enrico Garnet, suo amico e compagno gesuita (costui aveva con sé quella reliquia quando successivamente dovette stendere la sua testimonianza oculare). Dopo una certa insistenza gli fu permesso di tenere un breve discorso; cominciò: «Sto per recitare l'ultimo atto di questa povera vita» e citando S. Paolo aggiunse: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 8). Pregando poi per la regina e per il suo paese, concluse dicendo: «Voi tutti angeli e santi, assistetemi». Il carro fu mandato avanti e l'ufficiale si avvicinò per tagliare la fune in modo tale da non farlo morire prima che il suo corpo fosse straziato; lord Mountjoy però si fece innanzi e spinse via il militare, mentre la stessa folla supplicava di lasciarlo appeso finché non fosse morto. Lo sceriffo tentò nuovamente di tagliare la fune, ma ne fu dissuaso dal boato di disapprovazione della folla. Il boia allora tirò le gambe di Roberto finché non sentì il suo corpo afflosciarsi; lo prese tra le braccia, lo pose sul ceppo e ne recise la testa, sollevandola mentre pronunciava l'usuale formula «Questa è la testa di un traditore». Ma la folla, in risposta, si scoprì il capo senza il consueto grido di risposta: «Traditore». Fu poi sventrato e smembrato. Fu l'ultima esecuzione del genere a Tyburn.

Roberto è stato prima di tutto prete e martire e le opere in prosa e in poesia, per le quali è ricordato al di fuori del mondo cattolico e religioso in genere, riflettono la sua vita. Egli scrisse utilizzando le forme grammaticali e le espressioni tipiche del suo tempo: come poeta è stato spesso paragonato a Philip Sidney. Mentre però Sidney fu ammirato come il perfetto gentiluomo del suo tempo, Southwell era un gesuita «probabilmente traditore». Le sue opere, ben conosciute e ammirate, furono influenti: «Che uomo famoso e quanto amato, padre Southwell», scrisse Enrico Gamct. Le sue liriche sono caratterizzate dall'unione di forza, passione e disciplina: le migliori sono relativamente brevi e dirette, e la ricercatezza stilistica non prende mai il sopravvento sul contenuto. La Vergine Maria a Cristo sulla croce è forse la più commovente delle sue liriche. Come prefetto degli studi nel Collegio inglese aveva studiato a lungo la lingua inglese. Nella prefazione ai suoi poemi pubblicati è esposto il suo proposito di utilizzare le tecniche secolari della poesia popolare del tempo per uno scopo sacro (così fece anche S. Giovanni della Croce — 14 dic. —, quasi suo contemporaneo, con le ballate della tradizione popolare spagnola). La sua formazione intellettuale si unirono al talento poetico per operare un profondo cambiamento nel clima morale inglese.

Roberto Southwell fu beatificato nel 1929 e canonizzato come uno dei quaranta martiri dell'Inghilterra c del Galles nel 1970 (25 ott.).

MARTIROLOGIO ROMANO. Sempre a Londra, san Roberto Southwell, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che svolse per molti anni il suo ministero in questa città e nella regione limitrofa e compose inni spirituali; arrestato per il suo sacerdozio, per ordine della stessa regina fu torturato con grande crudeltà e a Tyburn coronò il suo martirio con l’impiccagione.

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