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Sant' Ildegarda di Bingen

Sant' Ildegarda di Bingen
Nome: Sant' Ildegarda di Bingen
Titolo: Vergine
Nascita: 1098, Bermersheim, Germania
Morte: 17 settembre 1179, Bingen, Germania
Ricorrenza: 17 settembre
Tipologia: Commemorazione




Ildegarda di Bingen sarebbe stata famosa in qualunque secolo, ma nel suo i risultati e la sua influenza, particolarmente come donna, furono straordinari. Nacque a Bermersheim, sul Nahe, vicino ad Alzey, nell'estate del 1098, ma a parte il fatto che il padre, Ildeberto di Bermersheim, era un nobile e forse al servizio del vescovo di Speyer, non si sa molto del suo ambiente famigliare.

All'età di soli otto anni, fu mandata a compiere gli studi presso un'eremita, la B. Jutta (22 dic.) che viveva a Disibodenbcrg in una dimora (forse una casupola) annessa alla chiesa dell'abbazia fondata da S. Disibodo (8 set.). Ildegarda era una bambina delicata, ma la sua istruzione, che sembra aver incluso imparare a leggere e a cantare in latino e acquisire la capacità di svolgere i lavori domestici comunemente richiesti alle donne di tutte le classi, a quel tempo, continuò ininterrottamente.

Durante gli anni, altre ragazze giovani giungevano per unirsi a lei, perciò jutta, accorgendosi che si trattava, in effetti, di una congregazione religiosa, diede loro da seguire la Regola di S. Benedetto (11 lug.) e assunse il titolo di badessa. Ildegarda ricevette l'abito monacale all'età di quindici anni, e per i successivi diciassette anni circa la sua vita fu abbastanza priva d'eventi.

La sua vita interiore, tuttavia, era tutt'altro che ordinaria. Dall'età di tre anni fece esperienza di visioni o rivelazioni che, nelle prime fasi le causarono dolore e imbarazzo.

«Quando ero completamente assorta in ciò che vedevo,» affermò «dicevo molte cose che sembravano strane a chi mi ascoltava, che mi facevano arrossire e piangere, e abbastanza spesso mi sarei uccisa se fosse stato possibile. Ero troppo spaventata per dire a qualcuno cosa avevo visto, eccetto la nobildonna cui sono stata affidata [Jutta], che ne riferì una parte a un monaco che conosceva».

Le rivelazioni continuarono fino in età adulta, e per tutto il tempo fece esperienza di una spiacevole combinazione di malattie croniche (mal di testa e altri disturbi fisici, accompagnati da un'aridità spirituale) e di una grande creatività che cercava uno sbocco. Alla morte di Jutta nel 1136, Ildegarda divenne badessa al suo posto, ma le rivelazioni e visioni le causavano ancora preoccupazione: pensava di doverle mettere per iscritto, ma temeva che gli altri l'avrebbero derisa, e che in ogni caso il suo latino sarebbe stato inadeguato. Infine decise di parlarne al suo confessore, un monaco di nome Goffredo, e gli chiese di parlarne al suo abate, Conone.

Pensando alla questione, Conone chiese a Ildegarda di scrivere almeno una parte delle cose che credeva Dio le avesse rivelato. Ildegarda obbedì, scrivendo dell'amore di Cristo, del regno di Dio, degli angeli, dell'inferno e del diavolo, materiale che venne poi sottoposto all'arcivescovo di Magonza.

All'età di quarantadue anni e sette mesi (è precisa a questo riguardo) si sentì all'improvviso svincolata, la sua salute restò incerta ma non ebbe più mal di testa, la sua energia creativa fu liberata, la pesantezza se ne andò e Ildegarda divenne, come affermò, «una piuma sospinta dal respiro di Dio».

L'arcivescovo e i suoi teologi conclusero che le visioni «provenivano da Dio». Rispondendo alla sua richiesta, Conone mise a disposizione di Ildegarda un amanuense, un giovane monaco chiamato Vulmaro, e nei successivi dieci anni, con il suo aiuto e quello di altri, quando quest'ultimo non era disponibile, scrisse la sua opera principale, Scivias (abbreviazione di sci vias Domini, "conosco le vie del Signore").

Nei tre volumi Ildegarda fa riferimento alle ventisei visioni distinte concernenti la relazione tra Dio e gli esseri umani attraverso la creazione, la redenzione, e nella Chiesa, oltre a contenere una cura quantità di profezie apocalittiche, oltre a moniti e dichiarazioni simboliche che non sono sempre facili da comprendere (la qualità sibillina di alcune delle sue affermazioni le valsero il titolo di Si bill a del Reno"). Alcuni dei suoi insegnamenti, inoltre, tendono al panteismo, una forma che potrebbe essere definita come "panenteismo", tuttavia il suo simbolismo ha una notevole consistenza, che s'incentra sul potere vivificante di Dio. Ildegarda fa costante riferimento alla viriditas o potere rinverdente di Dio, al «lussureggiante rinnovamento» portato da Cristo agli individui e alle istituzioni avvizzite, e allo Spirito Santo come potere rinnovatore attivo.

Nonostante sostenesse che la sua comprensione della Scrittura era puramente intuitiva, direttamente rivelata da Dio come tutto il resto che affermava, è difficile prenderla alla lettera. Non cita mai le sue fonti, ma esistono e sono estese: la Scrittura, naturalmente, e autori cristiani dal Pastore di Hermas a S. Girolamo (30 set.) e S. Agostino (28 ago.), a S. Gregorio Magno (3 set.), Beda (25 mag.) e altri, forse appresi attraverso commentari o compendi.

È anche possibile che, essendo così convinta della verità e dell'urgenza del suo messaggio, trovasse conveniente affermare di essere stata ispirata da Dio per superare le inchieste, lente e caute, delle autorità, ma giacché la sua epoca apprezzava la stabilità, sembra non abbia osato citare gli autori tradizionali su cui si basava la maggior parte degli scrittori di teologia e dei pensatori spirituali, per proteggersi da queste indagini.

Inoltre è degna di nota per la sua noncuranza dei temi devozionali ortodossi standard, come la redenzione individuale dalla colpa del peccato, quanto per le questioni che tratta.

Dronke ha seriamente suggerito che, sebbene abbia attaccato l'eresia, in realtà «non la fece franca» con ciò che equivale a una forma primitiva di manicheismo. Nel 1147, l'arcivescovo di Magonza sottopose l'opera d'ildegarda a papa Eugenio III (8 lug.), allora in visita a Treviri, il quale, con un approccio prevedibilmente cauto, nominò una commissione per esaminare Ildegarda e i suoi scritti; solo quando ricevette un rapporto favorevole, li lesse e discusse con alcuni consiglieri stretti, tra cuí S. Bernardo di Clairvaux (20 ago.), che entusiasta spinse il papa ad approvarli.

La lettera di Eugenio a Ildegarda è incoraggiante e cauta, è felice e pieno di stupore per i favori che le sono stati concessi, ma la mette in guardia contro l'orgoglio.

Nella sua lunga risposta, Ildegarda restituisce il favore, alludendo con parabole ai problemi del tempo e mettendo in guardia Eugenio contro l'ambizione deimembri della sua famiglia. Nella sua lettera il papa disse a Ildegarda di vivere con le sue consorelle, osservando fedelmente la regola, nel luogo in cui aveva avuto la visione, in riferimento alla proposta delle monache di edificare un nuovo convento sul Rupertsberg, una collina esposta e deserta vicino a Binge, dal momento che quello di Disibodenberg non riusciva più ad accogliere i membri della congregazione sempre più numerosi, ma Ildegarda, che affermava che Dio le aveva mostrato il nuovo sito in una visione, incontrò la feroce opposizione dei monaci di S. Disibodo. Gran parte dell'importanza dell'abbazia era dovuta alla sua vicinanza al convento, in cui erano conservate le reliquie di. Giutta, e alla presenza di Ildegarda.

L'abbazia faceva assegnamento anche sulle donazioni delle monache, e i monaci non volevano perderle, così l'abate accusò Ildegarda, la cui salute era peggiorata, di agire per orgoglio, tuttavia quando la vide e si accorse che era veramente malata, cambiò atteggiamento e le disse di alzarsi e di andare a Rupertsberg. Fu più difficile convincere i monaci, che cambiarono idea quando l'abate fu guarito da una malattia grave mentre si trovava nella chiesa d'Ildegarda.

Ildegarda e altre diciotto monache si trasferirono sul Rupertsberg tra il 1147 e il 1150, in una terra desolata, ma dove, grazie all'energia illimitata di Ildegarda, presto ebbero un convento abbastanza grande da dare alloggio a una congregazione di cinquanta membri, «con acqua corrente in tutti gli uffici».

Oltre a essere pratica, era creativa e piena d'inventiva: insegnò alle monache molti inni e cantici di cui compose sia le parole che la musica, scrisse una rappresentazione drammatica allegorica con canto sacro, Ordo virtutum, perché lo recitassero, e per la lettura nel refettorio distribuì cinquanta omelie allegoriche (che non possono essere state facili da ascoltare). Si riteneva che le sue versioni adas vid» clk S. Disibodo (8 set.) e di S. Ruperto (29 mar.) fossero ma poiché contengono elementi locali tradizionali, pro~ente richiesero un impegno maggiore di quello. Quando aboriva a trovare del tempo libero (sicuramente non spesso), amala lavorare sul suo cosiddetto «linguaggio sconosciuto», una sorta d'esperanto, basato sul latino e la lingua germanica, con la frequente ripetizione della Z finale (ci sono giunte circa 900 parole).

Ildegarda, inoltre, trovò in qualche modo il tempo di compiere ricerche e scrivere su argomenti che la affascinavano: un libro di storia naturale, basato chiaramente su un'attenta osservazione scientifica, che tra le altre cose descrive gli elementi, i minerali e i metalli, alberi e altre piante, pesci, rettili, uccelli e quadrupedi; uno di medicina, che esamina il corpo umano e le cause, i sintomi e i trattamenti dei disturbi che lo affliggono, e che mostra, in particolare, quanto la sua immaginazione, se non la conoscenza, precorresse i tempi. Cinque secoli prima di William Harvey, per esempio, riuscì quasi a dare una descrizione accurata di come il sangue circola nel corpo.

Inoltre vi è la sua voluminosa corrispondenza, di cui è stata tramandata una parte consistente, ma il suo stile non è facile: per rimproverare o mettere in guardia (e faceva spesso entrambe le cose) tendeva ad adottare uno stile predicatorio pieno d'allegorie e allusioni. Secondo lei, il suo ruolo nella vita era di comunicare il contenuto delle visioni al popolo della sua generazione, per ricondurli sulla via della giustizia; per lei la profezia era un fardello e una responsabilità piuttosto che un dono, e in ciò assomigliava più a un profeta dell'Antico Testamento che a una mistica cristiana.

Tra i destinatari delle sue lettere omileticlie, vi erano vari papi, vescovi, e abati, incluso S. Bernardo, e diversi monarchi, tra cui Enrico II d'Inghilterra, ma anche gruppi di persone, come il clero di Treviri e Colonia (lettere feroci e sincere in cui li rimproverava per le loro mancanze e li avvertiva di cosa sarebbe successo se non si fossero ravveduti).

Talvolta riusciva a essere assai tagliente: quando l'arcivescovo di Magonza le disse di mandare una certa monaca come badessa in un altro convento, replicò: «Tutti le ragioni della promozione di questa giovane non hanno valore davanti a Dio. Lo spirito di questo Dio premuroso afferma: "Piangete e gridate, o pastori, perché non sapete ciò che fate, distribuendo i sacri uffici secondo i vostri interessi e sprecandoli con uomini perversi e atei 1... J. Quanto a voi, alzatevi, perché i vostri giorni sono contati"». Comprensibilmente questa sorta d'approccio non la rese universalmente popolare, anche se i visitatori provenivano da ogni ceto sociale, allo stesso tempo altri la denunciarono perché disonesta, matta o anche peggio.

Né quest'opposizione, né la malattia costante trattenne Ildegarda dal compiere le sue attività al di fuori del convento. Credeva che Dio la stesse usando come suo portavoce: «Io non sono che un povero vaso di coccio, e dico queste cose non da me, ma grazie alla Luce serena» scrisse a un amico (e la sua audacia e sincerità erano una combinazione formidabile).

Tra il 1152 e il 1162, fece diversi viaggi in Renania, durante i quali predicò pubblicamente, cosa assai insolita per una donna al tempo. Fondò una casa dipendente a Libingen, vicino a Rudesheim, ma sembra che abbia assunto il ruolo di visitatrice badessa di un certo numero di altri conventi e monasteri, ma le sue critiche a chi non seguiva strettamente la disciplina erano così dure che queste visite non sempre accrescevano la sua popolarità, e lo stesso si può dire dei suoi incontri con vescovi, clero e laici.

Ildegarda continuò fino alla fine a opporsi all'uso sbagliato dell'autorità; durante gli ultimi anni di vita, un giovane, che a un certo punto era stato scomunicato, morì e fu sepolto nel cimitero a S. Ruperto. Il vicario generale di Magonza affermò che non poteva essere sepolto in un luogo sacro e chiese che il corpo fosse riesumato.

Ildegarda rifiutò, affermando che il ragazzo aveva ricevuto gli ultimi sacramenti e che perciò non poteva più essere considerato come scomunicato. Quando fu ribadito l'ordine, questa volta dal vescovo, lldegarda rimandò indietro il messaggio. «Venite Vostra grazia, mio signore arcivescovo, e disseppellitelo voi.»

Il vescovo venne, accompagnato da membri del capitolo cattedrale, ma Ildegarda aveva tolto tutte le insegne della sepoltura, perciò dovettero andarsene a mani vuote.

Quando il vescovo pronunciò l'interdetto sulla sua chiesa, Ildegarda rispose con una lunga lettera sull'argomento della musica sacra, che evidentemente non c'entrava per niente, affermando «che aiuta l'uomo a costruire un legame santo tra questo mondo e il mondo tutto fatto di bellezza e musica».

Il suo significato diventava chiaro alla fine: «Coloro che perciò, senza un buon motivo, impongono il silenzio alle chiese in cui si può udire il canto in onore di Dio, non meriterà di udire il glorioso coro degli angeli che loda il Signore nei cicli». L'arcivescovo, cui Ildegarda per precauzione scrisse allo stesso tempo, ignorò i vari moniti a lui rivolti, ma tolse l'interdetto.

In questo periodo, Ildegarda, che aveva più d'ottant'anni, era così fragile fisicamente da dover essere trasportata da un luogo all'altro, tuttavia continuò a scrivere, dare consigli, istruire le monache, e incoraggiare tutti coloro che le chiedevano aiuto, finché morì in pace a S. Ruperto il 17 settembre 1179.

Immediatamente si affermò che sulla sua tomba si verificavano miracoli, avvenuti anche mentre era in vita, e il culto è testimoniato dal XIII secolo. Nel 1324, papa Giovanni XXII (1316-1334) approvò il culto pubblico, e Ildegarda compare nei martirologi locali dal xv secolo. Le reliquie, portate a Eibingen durante la Guerra dei Trent'anni, furono autenticate nel 1489 e poi di nuovo nel 1498, e sebbene non sia mai stata canonizzata ufficialmente, è chiamata santa nel Martirologio Romano, e diverse diocesi tedesche la commemorano in questo giorno.

Le visioni e rivelazioni di Ildegarda sono tra le meglio documentate dei fenomeni di questo tipo; il linguaggio con cui le descrive e le interpreta è vivace ed espressivo, ricco di simboli, come se lo portasse ai limiti estremi per descrivere l'indescrivibile, e ne è consapevole lei stessa: «Non ho queste visioni durante il sonno, o in sogno, né per pazzia, non le percepisco fisicamente con gli occhi e le orecchie, e non di nascosto, ma le vedo in pieno, e con il volere di Dio, quando sono sveglia e attenta, con gli occhi dello spirito e l'orecchio interiore; è difficile per gli esseri umani capire da dove provengono». Non si limitò a usare solo le parole per descrivere ciò che vedeva: illustrò lei stessa lo Scivias, e le illustrazioni tramandate (anche se solo sotto forma di copie eseguite meticolosamente), vive, originali e ricche di simboli, si avvicinano allo spirito dell'opera di William Blakc come non era mai successo a quei tempi. Era anche una musicista completa, ed ebbe un inaspettato successo alla fine del secolo scorso. E inoltre patrona dei filologi e degli esperantisti.

È invocata: come protettrice dei filologi e degli esperantisti

MARTIROLOGIO ROMANO. Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia, in Germania, santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza.

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