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Beato Federico Ozanam

Beato Federico Ozanam
Nome: Beato Federico Ozanam
Titolo: Fondatore
Nome di battesimo: Antoine-Frédéric Ozanam
Nascita: 23 aprile 1813, Milano
Morte: 8 settembre 1853, Marsiglia, Francia
Ricorrenza: 8 settembre
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione


All'inizio del XIX secolo, la famiglia Ozanam era già da tempo cristiana, e, a ogni modo, era fiera di far risalire le sue origini a un ebreo, Samuele Hosannam, convertito al cristianesimo da S. Didier (Deodato di Nevers, 19 giu.) durante il viri secolo. Antonio Federico (Antoine Frédéric) nacque a Milano il 23 aprile 1813, uno dei quattro figli che sopravvissero dei quattordici di Giovanni Antonio e Maria Nantas. Giovanni Antonio, che per un certo periodo fu ufficiale nell'esercito di Napoleone, si era trasferito a Milano dopo aver lasciato l'esercito, svolgendo il tirocinio come medico.

Nel 1816, dopo la caduta dell'impero, la famiglia si spostò a Lione, dove Federico, precoce dal punto di vista spirituale e intellettivo, ma anche, secondo la sua valutazione personale, pensieroso e testardo, fu istruito al collegio Reale.

All'età di soli quindici anni, gli studi filosofici provocarono una grave crisi religiosa. Il modo sensibile e intelligente con cui fu guidato dal suo professore e mentore, l'abate Noirot, rafforzò la sua fede e lo convinse fermamente che il fine della sua vita avrebbe dovuto essere quello di dedicarsi al «servizio della verità».

Allo scoppio della rivoluzione nel 1830, Federico studiava diritto, con soddisfazione del padre, che sperava che un giorno sarebbe diventato giudice. L'anno seguente si recò a Parigi, dove avvennero due episodi cruciali.

In primo luogo, si accorse che il suo vero interesse non era la legge, ma la letteratura e, più in particolare, la storia della letteratura; secondariamente, instaurò un certo numero di relazioni significative che avrebbero poi influenzato il corso della sua vita.

Partecipava attivamente ai dibattiti generati dalla rivoluzione, e all'età di soli diciotto anni, pubblicò un lungo articolo, Réflexions sur la doctrine de Saint-Simon, in cui denunciò la forma di liberalismo allora in voga, la sua fede nel progresso umano illimitato e la tendenza al panteismo.

Quest'articolo attirò l'attenzione di un certo numero di pensatori cattolici liberali, inclusi Félicité de Lamennais, capo del gruppo, il domenicano Enrico Domenico Lacordaire e lo storico Charles de Montalembert. Altri amici significativi di quel periodo furono lo storico Frarnois René de Chateaubriand, il poeta Alfonso de Lamartine, e forse il più importante di tutti, Emanuele Bailly.

Il contatto con il gruppo che si raccolse attorno a Lamennais mise in grado Federico di affinare le sue idee sulla natura della libertà (l'unica vera libertà, arrivò a pensare, è quella di «una coscienza cristiana illuminata da una valida filosofia e dalla rivelazione») e sull'importanza di una prospettiva storica.

In quest'ultimo aspetto, in seguito criticò Lamennais, poiché pensava che quest'ultimo, in contrasto con i pensatori conservatori che non riuscivano a riconoscere l'importanza del futuro, avesse abbandonato la ~peni.* natica e con essa la fede del passato. Ammirava Chateaubriand peniamone per la saggezza con cui pensava di mantenere un equilibrio tra passato, presente e futuro. Federico mantenne i contatti con tutti i membri di questo circolo, e riuscì a portare Lacordaire sul pulpito di Notre-Dame, affinché le sue omelie quaresimali potessero giungere a un uditorio più ampio.

Il contatto con Emanuel Bailly portò concretezza al pensiero di Federico, e un interesse pratico.

Si unì al piccolo gruppo di giovani che Bailly stava guidando dal 1819 nella speranza di un rinascimento religioso in Francia, e subito difese accesamente la religione cristiana nel contesto storico, letterario e sociale.

In seguito a queste discussioni, giunse a capire che l'impegno cristiano consiste sia/e (piuttosto che sia/o) nel fatto che l'attività apostolica deve essere nutrita da una fede profonda, e che quest'ultima deve condurre all'azione.

È spesso ritenuto il fondatore di quella che divenne nota come la società di S. Vincenzo de' Paoli, ma è più giusto considerarlo solo un collaboratore. Fu il braccio destro di Bailly e lo spirito che animò il nuovo progetto, che coinvolse anche altri quattro giovani. Sebbene la società non fosse istituita ufficialmente prima del 1835, seguiva le norme delineate da FranQois Lallier, e la prima conférence de charité (così chiamata in contrasto con le conférences sulla politica economica e la filosofia storica che Federico aveva contribuito a organizzare sin dal 1832) ebbe luogo il 23 aprile 1833.

Bailly stesso fu presidente in carica per i successivi undici anni, e Federico vicepresidente. La società seguiva il metodo delle visite domestiche di cui S. Vincenzo de' Paoli (27 set.) era stato pioniere, e nelle prime fasi i membri furono istruiti e appoggiati da una figlia della Carità, Rosalia Rendu, nota a Parigi come "la madre dei poveri", che aveva lavorato tra i poveri della città per trent'anni quando Federico la incontrò, e che probabilmente conosceva maggiormente la loro realtà rispetto a lui e ai suoi compagni.

Il ruolo di Rosalia Rendu nella fondazione della Società di S. Vincenzo de' Paoli merita di essere più riconosciuto. Nel 1836, quando Federico aveva appena ottenuto il dottorato in legge, il padre morì, e il ragazzo passò un periodo di crisi. Giovanni Antonio aveva desiderato per il figlio una carriera legale: si combattevano battaglie intellettuali all'epoca, nel campo della letteratura, e, in senso più ampio, della storia e della filosofia. Non occorse molto tempo a Federico per decidere: si considerò come «un missionario della fede per la scienza e la società», e seguì la sua inclinazione. Cominciò a studiare per il dottorato in letteratura e nel 1839 discusse la sua tesi, Essai sur la philosophie de Dante.

In seguito tornò a Lione, dove per un anno fu professore di diritto commerciale all'università. Come esposizione dell'insegnamento sociale cattolico, le ventiquattro conferenze del suo corso facevano riferimento all'enciclica Rerum Novarum (1891) e persino al Manifesto del partito comunista (1848).

Per tutto questo periodo aveva pensato di diventare sacerdote, ma nel 1840 gli fu offerto il posto d'assistente di letteratura straniera (in altre parole europea non francese) alla Sorbona.

Considerandolo un mandato di Dio, si trasferì definitivamente a Parigi; nel giugno del 1841 sposò Amalia Soulacroix, figlia del rettore dell'università di Lione, da cui ebbe una figlia, Maria, nata nel 1845. Fu un matrimonio straordinariamente felice e sebbene stranamente emergano pochi dettagli su di lei dalle fonti usuali della vita di Federico, l'amore e la fedeltà della moglie indubbiamente contribuirono a rendere possibile il suo lavoro.

Oltre agli incarichi presso l'università (nel 1844 gli fu affidata la cattedra di letteratura straniera), alle conferenze che teneva presso il Circolo cattolico, e alle sue visite regolari ai poveri, Federico continuò ad accogliere a casa gli studenti, cosa che sarebbe stata difficile senza il grandissimo sostegno della moglie.

Era molto amato dagli allievi, ispirati dal suo entusiasmo e dall'integrità intellettuale e morale. Uomo saggio e moderato, era ben conscio delle difficoltà di condurre una vita cristiana, e ammise che egli stesso doveva lottare contro l'arroganza, l'impazienza e la tendenza al perfezionismo che lo ostacolavano.

Oltre a questa attività, si dedicò anche alla stesura di opere. Federico conosceva bene le lingue classiche, oltre all'ebraico e al sanscrito, e sapeva il tedesco, l'inglese, lo spagnolo, e l'italiano in particolare. Queste capacità gli permisero di addentrarsi nel vasto mondo della letteratura, che egli metteva in relazione, come sempre, con la storia del cristianesimo.

Nel 1846, disse a un amico che progettava di scrivere «una storia letteraria del Medioevo dal v secolo a Dante», tuttavia, aggiunse: «studiando lenerson ~amò soprattutto tutte le opere del cristianesimo». La morte precoce impedì il completamento di questo progetto, ma le opere finite sono abbastanza numerose.

Esistono due volumi sulla civiltà del v secolo e due volumi rispettivamente per il cristianesimo in Germania, e per la civiltà cristiana dei franchi. A parte due miscellanee, il resto è dedicato alla poesia e alla filosofia: un'opera sui poeti francescani dell'Italia del xin secolo (Amalie tradusse i Fioretti per questo volume), una su Dante e la filosofia cattolica, e infine una sul Purgatorio di Dante, in cui Federico si occupò della traduzione e della redazione.

Tra le opere minori si trovano Les Deux Chanceliers d'Angleterre (1835), un doppio studio su S. Tommaso Becket (29 dic.) e Francesco Bacone.

Nel 1848, credendo che i cattolici partecipassero attivamente alla creazione di uno stato democratico, sostenne il partito popolare contro Luigi Filippo. Pur non vincendo, Lacordaire lottò con successo per uno dei seggi di Marsiglia. Insieme fondarono nel 1851 L'Ère Nouvelle per esprimere le loro idee socialiste cristiane (ma furono delusi quando Napcileone III assunse il potere).

Come la maggior parte delle persone che non hanno una salute robusta e la cui energia intellettuale è particolarmente notevole, Federico si spinse al limite delle sue forze.

Nel 1850, sapeva già che la sua malattia era incurabile, e fu anche a causa dei problemi di salute che si recò in Italia nel 1853, oltre che per accettare la funzione di membro della prestigiosa Accademia della Crusca, che desiderava dargli un riconoscimento per il suo contributo agli studi sui francescani e su Dante. Durante questo soggiorno, divenne membro del Terz'ordine di S. Francesco, ma sulla via del ritorno a Parigi ebbe un collasso a Marsiglia, dove morì l'8 settembre 1853, circondato dalla sua famiglia e dai membri del ramo marsigliese della società di S. Vincenzo de' Paoli.

Il corpo fu portato a Parigi, e sepolto nella cripta della chiesa carmelitana vicino all'Istituto Cattolico. Antonio

Federico Ozanam è stato beatificato nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi il 22 agosto 1997 da papa Giovanni Paolo II, che l'ha presentato come un modello per i laici nella Chiesa. «Siamo pieni d'ammirazione», ha detto, «per tutto ciò che questo studente, professore e uomo di famiglia, ardente di fede e di inventiva nella carità, è stato capace di ottenere per la Chiesa, la società, e per i poveri, nel corso di una vita che è finita troppo presto.»

La vita di Federico fu, in verità, tragicamente corta, e tuttavia al tempo della morte, la Società di S. Vincenzo de' Paoli si era estesa per tutta la Francia e stava iniziando a espandersi all'estero, e l'Trlanda fu uno dei primi paesi (nel 1844) a tenere un convegno. Oggi la società ha circa un milione di membri in centotrentadue paesi, e le donne sono accolte in alcuni congressi.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Marsiglia in Francia, transito del beato Federico Ozanam, che, uomo di insigne cultura e pietà, difese e propagò con la sua alta dottrina le verità della fede, mise la sua assidua carità a servizio dei poveri nella Società di San Vincenzo de’ Paoli e, padre esemplare, fece della sua famiglia una vera chiesa domestica.

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