Sant'Alberto di Butrio è venerato come eremita, fondatore e primo abate dell'antico monastero di Butrio, nell'Oltrepò Pavese, oggi frazione di Ponte Nizza, in provincia di Pavia. Visse nell'XI secolo e dedicò la propria esistenza alla preghiera, alla penitenza e alla vita eremitica. La sua memoria liturgica ricorre il 5 settembre. Le notizie sulla sua vita sono molto scarse, ma il culto è antico e documentato.
Le origini di Alberto non sono completamente certe. Una tradizione lo considera appartenente a una famiglia nobile, probabilmente legata agli Obertenghi o ai Malaspina, importanti famiglie feudali dell'Italia settentrionale.
Ancora giovane, Alberto avrebbe deciso di abbandonare la vita del mondo per dedicarsi interamente a Dio. Intorno al 1030 si ritirò in una zona solitaria e impervia della Val Staffora, scegliendo come dimora una grotta naturale, indicata dalla tradizione come il suo primo eremo.
Alberto conduceva una vita estremamente austera, dedicata alla preghiera, al silenzio e alla penitenza. Viveva dei frutti spontanei della terra e dell'acqua di una sorgente, cercando nella solitudine una maggiore vicinanza a Dio.
La sua fama di santità si diffuse rapidamente nella regione. Altri uomini attratti dal suo esempio iniziarono a raggiungerlo e a stabilirsi nelle vicinanze, vivendo in piccole celle separate ma riunendosi per la preghiera e la celebrazione della liturgia.
Secondo la tradizione, un episodio miracoloso fu decisivo per la nascita della comunità di Butrio. Il figlio del marchese di Casalasco, appartenente alla famiglia dei Malaspina, era nato muto o sordomuto. Alberto avrebbe pregato per il bambino e ottenuto miracolosamente la sua guarigione.
Il marchese, riconoscente per il prodigio, decise di sostenere l'eremita e i suoi discepoli. Fece quindi costruire una chiesa dedicata alla Vergine Maria, insieme ad alcune celle destinate agli uomini che si erano raccolti intorno ad Alberto. Questa piccola fondazione sarebbe diventata il nucleo dell'abbazia di Sant'Alberto di Butrio.
La comunità crebbe progressivamente e la primitiva esperienza eremitica si trasformò in una vera comunità monastica. Alberto ne divenne la guida e viene tradizionalmente considerato il fondatore e primo abate del monastero di Butrio.
I monaci seguirono la Regola di San Benedetto, mantenendo però una forte impronta eremitica. Il monastero sarebbe diventato nel corso dei decenni un importante centro religioso dell'Oltrepò e avrebbe posseduto numerose dipendenze e proprietà distribuite nei territori circostanti. La prima attestazione documentaria del monastero risale al 1073.
Alla figura di Alberto è legato anche un celebre racconto miracoloso. Secondo la tradizione, alcuni suoi avversari lo accusarono presso il Papa di non rispettare correttamente il digiuno e le prescrizioni della vita monastica.
Alberto si sarebbe recato a Roma per difendersi dalle accuse. Durante un pranzo alla presenza del Pontefice e di alcuni cardinali, avrebbe compiuto il miracolo di trasformare l'acqua in vino, dimostrando così la propria innocenza. L'episodio è raffigurato in un importante affresco del XV secolo conservato nell'eremo di Butrio. Si tratta di un elemento della tradizione agiografica, non di un fatto storicamente documentato.
Sotto la guida di Alberto e dei suoi successori, Butrio divenne un importante centro di spiritualità. La comunità univa la vita contemplativa degli eremiti con la struttura organizzata di un monastero benedettino.
L'abbazia arrivò a esercitare una notevole influenza religiosa e anche temporale sull'area circostante. Una bolla di Papa Gregorio VII del 1073 testimonia l'esistenza del monastero e dei suoi beni, mostrando che la fondazione aveva già raggiunto una certa importanza poco dopo la morte del Santo.
Alberto morì nel 1073, dopo aver trascorso gran parte della propria vita nella solitudine e nella guida della comunità monastica. La tradizione indica il 5 settembre come giorno della sua morte.
Fu sepolto nell'eremo che portava il suo nome. La sua tomba divenne immediatamente un luogo di devozione e pellegrinaggio, contribuendo alla diffusione del suo culto nell'Oltrepò Pavese e nei territori vicini.
Le reliquie di Sant'Alberto sono conservate principalmente presso l'abbazia di Sant'Alberto di Butrio e nella cattedrale di Tortona. Una importante ricognizione delle reliquie fu effettuata il 9 luglio 1900, durante un periodo di rinnovato interesse per la storia e il culto del Santo.
La ricognizione ebbe un'importanza particolare anche per la storia moderna dell'eremo: tra coloro che parteciparono all'iniziativa vi fu Don Luigi Orione, che rimase profondamente colpito dalla spiritualità e dall'ambiente dell'antico monastero.
Dopo la morte del fondatore, il monastero continuò a crescere e divenne uno dei principali centri religiosi dell'Oltrepò. I monaci benedettini mantennero per secoli la tradizione della vita comunitaria unita all'antica vocazione eremitica.
Nel XV secolo iniziò però un periodo di declino, anche in seguito all'introduzione degli abati commendatari. Nel 1516 il monastero benedettino fu soppresso e affidato ai monaci dell'Ordine di Monte Oliveto. Gli ultimi monaci lasciarono definitivamente Butrio nel 1543.
Nel 1810, durante il periodo napoleonico, l'abbazia fu soppressa e requisita. Per lungo tempo il complesso rimase in condizioni di abbandono, mentre la memoria di Sant'Alberto continuava a essere custodita dalla popolazione locale.
All'inizio del XX secolo l'antico eremo conobbe una nuova stagione. Dopo la ricognizione delle reliquie del 1900, Don Luigi Orione maturò il progetto di riportare a Butrio una comunità religiosa dedita alla preghiera e alla vita contemplativa.
Nel 1921 Don Orione riuscì a ripopolare stabilmente l'eremo con gli Eremiti della Divina Provvidenza. Da allora Butrio è nuovamente diventato un luogo di silenzio, preghiera e spiritualità, mantenendo vivo il carisma eremitico associato al suo fondatore.
L'attuale complesso sorge su uno sperone roccioso a circa 687 metri di altitudine, nell'alta Val Staffora. È costituito da più edifici religiosi comunicanti, tra cui le chiese di Santa Maria, Sant'Alberto e Sant'Antonio, oltre agli ambienti dell'antico monastero.
La parte più antica del complesso risale all'XI secolo. L'edificio conserva inoltre importanti testimonianze artistiche medievali, tra cui gli affreschi della chiesa di Sant'Antonio.
Il culto di Sant'Alberto è particolarmente legato alla diocesi di Tortona e all'Oltrepò Pavese. I calendari della diocesi lo ricordano come confessore, mentre la tradizione locale lo venera come fondatore e primo abate dell'eremo.
La sua fama di santità è documentata da diversi secoli e la devozione popolare è rimasta viva nonostante le vicende travagliate dell'abbazia. L'eremo continua ancora oggi a essere meta di pellegrinaggi e luogo di spiritualità.