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Beato Raimondo Lullo

Beato Raimondo Lullo
Nome: Beato Raimondo Lullo
Titolo: Terziario francescano, martire
Ricorrenza: 29 giugno
Tipologia: Commemorazione




Tra le poche Vite di santi giunta fino a oggi dal Medio Evo, quella di Raimondo Lullo (Lull) fa eccezione per la sua umanità e autenticità. L'identità del biografo, un contemporaneo, ci è sconosciuta, e non è chiaro se il testo originale sia in latino o in catalano; sappiamo che Raimondo stesso raccontò, dietro loro richiesta e con grande candore e onestà, ai suoi seguaci la sua singolare storia.

Era un uomo passionale, impulsivo, generoso, entusiasta e coraggioso; gli elevati concetti dell'esistenza erano in lui così chiari da fornirgli una meravigliosa visione che non tollerava ostacoli nell'essere portata a compimento, e se spesso era avventato o imprudente nel giudizio mondano, lo era per la più esaltante delle cause.

Nato a Palma di Maiorca probabilmente nel 1232, quando l'isola era un regno autonomo, da uno dei capi dell'esercito che, nel XIII secolo, avevano sconfitto il dominio arabo, crebbe in ambiente dove si fondevano l'elemento cristiano e quello musulmano. Fu paggio a corte e, in età adulta, ufficiale dell'esercito e aiutante di campo del re, del quale guadagnò l'amicizia e il favore. Era ricco, istruito, felicemente sposato (benché spesso infedele alla moglie, vivendo nella lussuria e nel vizio), con un figlio piccolo e una figlia.

Dietro questa facciata effimera, egli ragionava profondamente sul mondo arabo che conosceva e sul rapporto tra la sua fede cristiana e quella musulmana.

All'età di trent'anni, mentre stava componendo un poema amoroso, ebbe una visione improvvisa del Cristo crocifisso: tentò di ignorarla, ma si accorse che era impossibile; allora cercò di prendere sonno ma la visione si ripeté per cinque volte e alla fine dovette accettarla e cercare di capire che cosa significasse. Decise di abbandonare la sua condotta di vita e dedicarsi all'annuncio del Cristo tra i musulmani.

Come 'sacco di Cordova (3 giu.), vissuto cinque secoli prima, non pensò che fosse impresa impossibile: i musulmani credono nel Dio unico e sono popolo del Libro, come i giudei e i cristiani; accolgono le tradizioni d'Israele e i grandi patriarchi; riconoscono Gesù come profeta benché Maometto sia il più grande; la Chiesa li considerava eretici ma non pagani e inoltre possiedono la nobile tradizione della cultura araba. A Raimondo sembrava possibile che le due parti potessero arrivare a una mutua e accettabile comprensione. Altri avevano cullato lo stesso sogno: nell'xi secolo Pietro il Venerabile abate di Cluny (25 dic.) fondò una scuola a Toledo dove il Corano e le opere di autori arabi erano tradotti in latino; nel 1219 S. Francesco d'Assisi (4 ott.) si recò in Terra Santa per evangelizzare, senza successo, i saraceni. Nel 1187 Gerusalemme era caduta in mano al Saladino; la settima crociata (1248-1254) era terminata come le altre in un fallimento militare e in dissensi politici tra i capi crociati, perciò è comprensibile che i cristiani, in particolare gli spagnoli e gli abitanti delle isole Baleari, che avevano esperienze di vita comune con i musulmani, intorno al 1260 cercassero modi di riconciliazione.

Una volta chiaro il da farsi, Raimondo, come era nelle sue caratteristiche, si impegnò con tutte le forze: iniziò facendo un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella, poi a Rocamadour, dove una statua della Vergine Nera del xii secolo era meta di pellegrinaggi. Al ritorno, convinto di essere guidato dalla volontà divina, provvide abbondantemente al sostentamento della sua famiglia e delle persone al suo servizio, donando il resto delle sue ricchezze ai poveri. Dopo un periodo di vita da recluso e di preghiera, iniziò a prepararsi al compito per cui si sentiva chiamato: per nove anni studiò la lingua e le basi della cultura araba; fece progetti per un collegio dove accogliere i musulmani convertiti e istruirli.

Questo progetto fu realizzato a Palma di Maiorca con l'aiuto di re Giacomo, e affidato ai frati minori, con scopi però assai limitati. Raimondo portò avanti i suoi studi scrivendo in modo prolifico su soggetti teologici e filosofici, e un romanzo Blanquerna, ma al di là del suo grande sforzo il suo progetto non trovò grande sostegno. Al di fuori della sua isola le sue parole non ebbero grande peso nella Chiesa; era un laico non legato ad alcun vescovo diocesano o a un ordine religioso, inoltre apertamente critico degli abusi ecclesiastici; le autorità ecclesiastiche non erano preparate ad autorizzare o assistere il suo progetto. Si recò a Roma (1277), Parigi (1286) e Genova (1290), ma incontrò poco, se non nessun, ascolto; chiese di essere ammesso all'Ordine dei Predicatori (domenicani), ma non fu accettato. Nonostante questi insuccessi rimaneva fermo nella sua visione delle cose ed era determinato a portarla avanti anche a costo della vita.

I francescani, infine, lo accettarono come loro terziario, e benché malato s'imbarcò su una galea in viaggio verso il Nord Africa per realizzare il suo sogno di predicare nelle strade di Tunisi. Raccontò poi di una sua miracolosa guarigione che gli permise di annunciare la Buona Novella per le vie di Tunisi; le autorità musulmane non ne furono particolarmente impressionate: dopo averlo incarcerato e maltrattato lo deportarono a Napoli. Fece appello prima a papa Bonifacio VIII a Roma e poi a Clemente V ad Avignone senza però ottenere alcun ascolto. Si rimise in viaggio, questa volta per Cipro, per cercare di convertire il Gran Khan dei tartari, che egli erroneamente considerava il capo dei saraceni, esponendosi a un nuovo fallimento.

Allora decise di tornare nell'Africa settentrionale, a Bugia sulla costa berbera, ricominciò la sua predicazione, venne di nuovo incarcerato, torturato c poi espulso; nel viaggio fece naufragio perdendo tutti i suoi libri. Trovato riparo a Pisa si appellò nuovamente alla Santa Sede e partecipò al concilio di Vienne nel 1311, anche questa volta uscendone a mani vuote. Tenne alcune lezioni a Parigi, guadagnando alla sua causa alcuni seguaci, ma poi tornò per la terza volta in Africa. A Bugia fu lapidato, raccolto morente da alcuni mercanti genovesi fu portato a Maiorca, ma spirò, mentre erano in vista del porto, il 29 giugno 1316.

Raimondo è il patrono principale di Maiorca. La sua vicenda umana fu contrassegnata da un grande eroismo personale ma, umanamente parlando, da un insuccesso completo.

Sottovalutò gli elementi culturali e razziali dell'Islam che portavano i musulmani a un confronto ostile con i cristiani e, inoltre, non si rese conto dell'opposizione della Chiesa a chi seguiva una linea originale senza rapporto con quella già fissata dall'autorità ecclesiastica o senza tener conto della sensibilità del clero. Solo i frati minori gli hanno riconosciuto, entro un certo limite, dei meriti e, in guanto loro terziario, lo celebrano nella liturgia. La sua prodigiosa produzione letteraria unì una genuina pietà con critiche taglienti agli abusi della Chiesa. Nel 1928 papa Pio XI parlò in modo altamente elogiativo di Raimondo nell'enciclica Orientalium rerum, senza però accordargli formalmente il titolo di Beato.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nel braccio di mare di fronte all’isola di Maiorca, beato Raimondo Lullo, religioso del Terz’Ordine di San Francesco e martire, che, uomo di grande cultura e di illuminata dottrina, per propagare il Vangelo di Cristo instaurò con i Saraceni un fraterno dialogo.

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