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Sant' Efisio

Sant' Efisio
Nome: Sant' Efisio
Titolo: Martire
Nascita: 250, Elia in Antiochia
Morte: 15 gennaio 303, Nora
Ricorrenza: 15 gennaio
Tipologia: Commemorazione




Cavalcava con un gruppo di armati, lorica lucente, elmo sorretto con la mano destra. L'esercito lo seguiva, a un'ora circa di marcia. Invitò i compagni a fermarsi: avrebbe fatto una galoppata fino su quella sommità dove c'era un ciuffo d'alberi, per guardare verso Brindisi, la città ribelle ormai vicina.

Quando fu solo, mentre il cavallo andava al passo, d'un tratto una luce violenta lo investì, l'animale fece uno scarto, lui cadde a terra. E così si ripeté per Efisio, generale romano, il miracolo di Saulo sulla via di Damasco. «Dove vai, Efisio?», tuonò una voce. Il generale estrasse la spada: «Chi sei», reagì. «Come osi parlarmi così?». Disse la voce: «Sono Cristo, figlio di Dio. In virtù di questa croce, tu sconfiggerai i tuoi nemici».

La luce scomparve. Efisio, sconvolto, si guardò la mano destra: sul palmo era impressa una piccola croce.

L' indomani sbaragliò il nemico, sul campo rimasero dodicimila cadaveri. Efisio, dunque, meritava bene la fiducia del suo imperatore Diocleziano che aveva pensato di nominarlo suo successore e di dargli in moglie la figlia. Era un valoroso combattente, ligio agli ordini del suo principe, che ne contraccambiava la fedeltà con prove continue di fiducia.

Quanta strada aveva fatto, quel generale ancor giovane per arrivare al massimo della carriera e della gloria! Era nato a Elia in una cittadina dell'Asia Minore, di famiglia che definiremmo oggi borghese. Della sua vita si sa poco. Le notizie ufficiali e non controverse sono scarse, la «passio» che Io riguarda fu composta in epoca tarda, quando era difficile scrostare la storia vera dalle molte leggende di cui la tradizione popolare l'aveva arricchita. Anche gli Atti dei martiri si dilungano sul supplizio cui fu sottoposto, ma trascurano i dati biografici.

Il padre di Efisio, Cristoforo, era un onest'uomo, che in età avanzatasi era convertito al cristianesimo, sia pure senza che lo sapesse la moglie. Questa,una donna che la tradizione vuole di discutibile comportamento, sembra fosse un'arrivista di prim'ordine. Non le piaceva vivere in provincia, il suo sogno sarebbe stato quello di trasferirsi a Roma per entrare nella buona società, cosa non facile anche per una persona in vista nell'ambiente locale come era suo marito. Aveva perciò puntato tutte le speranze su quell'unico figlio: il ragazzo era intelligente, volonteroso, avrebbe certo soddisfatto le aspirazioni della madre.

Intanto aveva potuto, sia pure a prezzo di qualche sforzo familiare, istruirsi come si conveniva a un giovane di buona famiglia: era andato perfino ad Atene per raffinarsi nello studio delle lettere, delle arti, della filosofia. E cresceva bene sotto ogni aspetto: dedito com'era agli esercizi fisici oltre che a quelli intellettuali. Poteva dire con orgoglio «civis romanus sum». ma oltre a volerlo cittadino romano, sua madre sperava che lo diventasse di fatto trasferendosi nella capitale dell'impero. C'era un'unica strada, per Efisio: arruolarsi nell'eserito. Aveva tutte le qualità per primeggiare. Cristoforo morì senza veder realizzati i sogni della moglie che erano diventati un poco anche i suoi: era orgoglioso di suo figlio e si era spento pronosticandogli una vita felice, importante.

Quando, infatti, Diocleziano (imperatore dal 284 al 305) passò per Elia. la cittadina di Efisio, non fu difficile presentargli il giovane e convincerlo della serietà della sua vocazione militare. Fu arruolato. Aveva vent'anni a quell'epoca ed era ben deciso a far carriera: pensava soltanto al suo lavoro ed emerse presto. In breve divenne una delle guardie del corpo più fidate del principe, uno dei pretoriani più attaccati al dovere, un soldato che meritava assoluta fiducia. Il bell'aspetto non guastava; la cultura, notevole in Efisio, lo raccomandava ai più alti gradi dell'impero. Non passarono molti anni che il giovane di Elia giunse alla sommità della gerarchia: Diocleziano l'aveva nominato generale e a lui aveva preso addirittura a guardare come al suo possibile successore.

Erano tempi in cui il mestiere delle armi si presentava duro e carico di responsabilità: tenere insieme l'impero, con le genti ormai Insofferenti della dominazione romana e i barbari che premevano alle frontiere, impegnava fino allo stremo gli eserciti. S'aggiungano poi i fastidi dati da quella setta che si diffondeva pericolosamente, predicando l'umiltà e la fratellanza: i cristiani. Dicevano, è vero, «Date a Cesare quel che è di Cesare», ma rifiutavano di sacrificare davanti ai simulacri degli dei ufficiali e davanti a quello dell' imperatore. Costituivano, insomma, un polo di attrazione per gli scontenti, per i contestatori, per gli sfruttati.

Dopo la vittoria a Brindisi, intanto, Efisio, accolto a Roma con tutti gli onori, aveva ricevuto un altro importante incarico: l' imperatore gli ordinò di ridurre alla ragione i ribelli che operavano in Sardegna. Un impegno considerato certamente arduo, ma che il giovane generale avrebbe assolto senza troppe difficoltà. Almeno così pensava, perché, al contrario, l'impresa non si rivelò facile. Sbarcato con un esercito a Oristano, si dispose a sedare la rivolta in Barbagia, ma si trovò di fronte un avversario duro e tenace, soprattutto sfuggente. E fu ricacciato in mare. Una sconfitta impreveduta e frustrante: Efisio era combattuto dall'orgoglio ferito e dal desiderio di risolvere in fretta l'impresa per rifarsi e per non sfigurare davanti a Diocleziano.

Fu allora che si trovò a pensare Più di quanto non avesse fatto fino a quel momento all'episodio di cui era stato protagonista a Brindisi. E, nell' animo del duro militare si affacciò una crisi che, anche sotto la spinta degli insuccessi, lo indusse a dar credito a quanto gli aveva detto quella voce misteriosa, quel Cristo ancora quasi ignoto per lui. Antesignano di Costantino che si affermò in battaglia inalberando la Croce per l'avvertimento soprannaturale «In hoc signo vinces», decise anch' egli di sostituire le sue insegne con la Croce, analoga a quella impressa misteriosamente sul palmo della sua mano. E vinse, infatti, come gli era stato promesso. Sia pure a prezzo d'una lotta estenuante, riuscì a domare la guerriglia, a riportare all'obbedienza le popolazioni sarde ribelli.

Se Efisio aveva riconquistato la Barbagia, la nuova fede conquistò lui. Si fece cristiano e, con l'ardore del neofita, convertì al cristianesimo il popolo assoggettato.

Diocleziano, intanto, si era complimentato con il suo generale vittorioso, ma, poiché Efisio aveva a corte degli avversari, questi complimenti erano viziati dalle voci, rivelatesi esatte, che presero a correre sul suo conto. Che il più valido e fedele dei suoi generali fosse passato al «nemico» non poteva far piacere all'imperatore. Se si aggiungono poi i progetti che egli aveva fatto su di lui, si può ben comprendere la perplessità di Diocleziano. Il quale, dapprincipio, finse di ignorare quanto si mormorava sul conto di Efisio, poi cercò di convincere se stesso che, cristiano o non cristiano che egli fosse, era pur sempre un soldato validissimo. Ma, alla fine fu
costretto, dalle pressioni della corte, a prendere dei provvedimenti.

Non si trattava di intervenire soltanto nei confronti di Efisio, naturalmente. Diocleziano ordinò contro i cristiani una delle persecuzioni fra le più feroci e sanguinose.

Quanto al generale che si trovava in Sardegna, fu arrestato, torturato, gettato in prigione. Rifiutò di abiurare alla nuova fede. A nulla valsero le sollecitazioni dell' imperatore: Efisio capiva benissimo che con quel rifiuto cadevano tutte le sue speranze e le sue prospettive: non avrebbe mai sposato la figlia del capo supremo dell'impero, non gli sarebbe mai succeduto. Concluse, anzi, in maniera definitiva, come racconta la sua «passio»: «Il vero onore e la vera ricchezza stanno nel servire Cristo. Rendo la spada di cui benevolo l'imperatore mi cinse: ha fatto il suo compito». E si dispose a subire le conseguenze della sua decisione: sarebbe stato certamente condannato a morte.

Così fu. Ma se la sentenza del magistrato dell'isola fu immediata, per l'esecuzione non avvenne altrettanto. Evidentemente, per intervento soprannaturale, il martirio del generale romano doveva essere esemplare: dal sangue dei martiri dovevano nascere altri cristiani, le notizie sui tormenti subiti da Efisio dovevano correre il mondo il più lontano possibile, per rafforzare la resistenza dei cristiani nella loro fede.

Il racconto è, come abbiamo avvertito, molto fantasioso e ovviamente non suffragato da fonti ufficiali. L'autore della «passio» che racconta la vicenda di Efisio, tale prete Mauro, asserisce d'aver assistito al martirio del Santo dal principio alla fine e di averne fatto la narrazione su preghiera di lui a testimonianza per i posteri. Ma si tratta evidentemente d'un falso, con cui si adattano all'eroe gli «atti» di altri martiri. Ciò nonostante, la vastissima devozione popolare per Efisio merita che si racconti il suo sacrificio secondo quanto ci è stato tramandato dalla tradizione.

Il martirio del generale romano cominciò a Nara, vicino a Cagliari, il 10 gennaio del 303. Nella piazza accorse molta gente richiamata dall'avvenimento eccezionale. Efisio fu affidato, come del resto richiedeva il suo grado, al boia più abile dell'isola. Si trattava, narra la leggenda, d'un negro gigantesco, certo Archelao, un ex schiavo che si era guadagnato la libertà e il macabro mestiere battendosi nel Colosseo di Roma con tre leoni, due gladiatori e dieci cristiani e uccidendo tutti.

Archelao alzò la scure e si accinse a calarla sul collo di Efisio. Ma, per quanti sforzi facesse il negto (alto due metri, enorme), la scure non scese. Il boia sudava, i muscoli si erano gonfiati fino a scoppiare, ma le braccia di Archelao restarono bloccate in alto. La folla lo incitava, ma senza risultato. La gente cominciava a mormorare: il generale, dicevano, è protetto dal suo Dio che non ne vuole la morte, questo Cristo è dunque ben potente. C'erano anche i cristiani, che traevano motivo di speranza e di rinnovata fede dall'impotenza del boia.

La situazione era imbarazzante e pericolosa. Bisognava risolverla. Efisio fu cosparso di pece e di olio, venne coricato su una graticola sotto cui fu acceso un gran fuoco. Ma nemmeno le fiamme l'ebbero vinta, il generale rimase indenne. Il magistrato era sconvolto, il boia di più. La sentenza fu sospesa, Efisio sottoposto a tormenti supplementari: fu flagellato, incatenato, infine chiuso in un forno da pane per alcuni giorni. Le fiamme arroventarono la fornace, ma, quando il magistrato si decise a farla aprire, Efisio ne uscì con le vesti intatte. A questo punto, la folla, nella quale sempre più si maturava la convinzione che il Cristo di Efisio fosse assai più potente dell'imperatore e dei suoi rappresentanti, chiese che fosse salvata la vita del generale cristiano. Come si usava nelle arene, i presenti alzarono il pollice domandando la liberazione del suppliziato.

Fu chiamato a decidere il governatore della Sardegna, Flaviano. Questi intervenne, si fece portare davanti Efisio, cercò ancora una volta di convincerlo all'abiura: gli promise vita e libertà se avesse sacrificato agli dei pagani. Ma la ferma risposta del martire lo convinse che era inutile insistere. Flaviano ordinò allora al negro Archelao di decapitare il generale e questa volta la scure piombò sul collo del condannato, spiccandogli il capo dal busto. Era il 15 gennaio del 303.

Il racconto dei cinque giorni di martirio di Efisio si diffuse ben presto in tutta la Sardegna. I sardi presero a considerare il generale di Elia uno dei loro, sardo d'adozione. I cristiani cominciarono a venerarlo come patrono dell'isola, un'attribuzione che giunse ufficialmente soltanto nel 1800.

A Nora, sul luogo del supplizio, fu eretta una piccola chiesa, a Cagliari una più grande, restaurata successivamente nel 1500 e nel 1700. Nel Cinquecento, sorsero anche confraternite in onore di Efisio che presero largamente piede. Inoltre, dal 1657 il Santo è festeggiato ogni anno, il primo maggio, con una solenne processione detta il «calendimaggio cagliaritano», a ricordo d'uno dei grandi miracoli attribuiti al martire: quello d'aver fatto cessare nel 1656 una pestilenza che stava decimando la popolazione dell'isola. L'altro miracolo di grande portata attribuito al martire è quello di essersi messo idealmente a capo dei cagliaritani nel 1793, aiutandoli a resistere per quattro mesi all'assedio dei francesi.

La vita del Santo è narrata in una stupenda serie di affreschi di Spinello Aretino nel Camposanto di Pisa (città che conserva reliquie del martire), eseguiti fra il 1391 e il 1392. Altre opere di pittori e scultori di minor rilievo sono conservate in varie chiese sarde, mentre Efisio è raffigurato nel paliotto d'argento risalente al 1655 che orna l'altare maggiore del duomo di Cagliari.

Ma la devozione dei sardi per il loro patrono si manifesta soprattutto nei citati festeggiamenti del «calendimaggio», cui partecipano migliaia e migliaia di persone. La statua lignea seicentesca del Santo, conservata nella chiesa a lui intitolata, muove da Cagliari in processione e tocca, con un pellegrinaggio che dura quattro giorni, vari centri dell'isola. Fanno scorta al generale romano cavalieri in antiche divise di miliziani sardi, nonché le rappresentanze di tutte le armi, essendo Sant'Efisio il patrono dell'esercito italiano.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Càgliari, in Sardégna, sant’Efisio Martire, il quale, nella persecuzione di Diocleziàno, sotto il giudice Flaviàno, dopo aver superato per divina virtù molti tormenti, alla fine, decapitato, vincitore se ne volò al cielo.

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