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San Tarasio

San Tarasio
Nome: San Tarasio
Titolo: Patriarca di Costantinopoli
Nascita: 730, Costantinopoli
Morte: 25 febbraio 806, Costantinopoli
Ricorrenza: 18 febbraio
Tipologia: Commemorazione




Nel 784 Tarasio passò direttamente dal ruolo secolare di segretario capo dell'imperatrice d'Oriente Irene alla sede patriarcale di Costantinopoli. Il contesto ecclesiastico di questo periodo è costituito dalla controversia iconoclastica della quale è opportuno fornire alcuni cenni per poter comprendere l'operato di Tarasio come patriarca.

L'iconoclastia — movimento che in nome della purezza dottrinale condannava la produzione e la venerazione di immagini sacre — si era sviluppato in Asia Minore all'inizio dell'vm secolo. Se da una parte l'imperatore Leone 1IT l'Isaurico appoggiò il movimento pubblicando nel 730 un editto contro il culto delle immagini e costringendo il patriarca S. Germano. (12 mag.) ad abdicare, S. Giovanni Damasceno (4 dic.) difese invece energicamente le icone sulla base della teologia della creazione e dell'Incarnazione. Il figlio di Leone, divenuto imperatore con il nome di Costantino V dal 741 al 755, decise d'indire un concilio per risolvere la disputa: esso si tenne nel 754 a Hieria, sul versante asiatico di Costantinopoli, e non vi parteciparono né il papa né i patriarchi delle Chiese orientali, sebbene fossero presenti trecentotrentotto vescovi presieduti da Teodoro di Efeso. Fu emanato un decreto che condannava sia la fabbricazione che la venerazione di icone, affermando che Cristo non poteva essere rappresentato e successivamente l'iconoclastia s'impose nella Chiesa orientale. Tutto ciò sarebbe forse stato motivo di minori dispute se Costantino V non avesse aggravato il problema confiscando i monasteri dove erano ancora esposte le icone, trasformandoli quindi in caserme e obbligando i monaci ad arruolarsi nell'esercito imperiale. I monasteri della Bitinia, allora il più importante centro del monachesimo in Europa, furono evacuati e in gran parte distrutti; sebbene la popolazione fosse in gran parte favorevole ai monaci, l'esercito rimase risolutamente fedele all'imperatore e la resistenza risultò inefficace.

Scomparso Costantino nel 775, il figlio Leone IV (775-780) fece cessare la persecuzione. Alla sua morte la vedova Irene cominciò a regnare in nome del figlio Costantino VI e sebbene fosse una donna violenta e intrigante, si mostrò favorevole all'adorazione delle icone e si adoperò quindi per ripristinarla favorendo la riapertura dei monasteri. Ma il completo ristabilimento della venerazione delle immagini avrebbe richiesto un concilio che abolisse il decreto di Hieria, perché tale assise si era attribuita autorità ecumenica. Era dunque necessario un nuovo patriarca che sostenesse la causa e indicesse il sinodo e con una decisione particolarmente illuminata Irene scelse Tarasio, il capo della cancelleria imperiale. Il titolare in carica, Paolo IV, che aveva sostenuto Hieria, fu invitato a dimettersi e a ritirarsi in un convento. In quanto laico, Tarasio non era coinvolto con i rappresentanti della fazione monastica ed era la persona ideale per riportare la pace; accettando quindi l'incarico alla condizione che si indicesse un nuovo concilio, fu consacrato vescovo di Costantinopoli il 25 dicembre del 784 per saltum (evitando cioè l'iter ordinario).

All'inizio dell'anno seguente Tarasio contattò la Santa Sede con una lettera in cui notificava a papa Adriano I (772-795) la propria elezione avvenuta direttamente dallo stato laicale. Professando inoltre la propria fede e il proprio sostegno al culto delle immagini, richiedeva un nuovo concilio ecumenico. A questa lettera se ne aggiungeva un'altra, da parte dell'imperatrice in persona, che auspicava la medesima cosa. Il papa Adriano, nonostante le personali riserve circa l'elezione non canonica di Tarasio e l'uso del termine "patriarcato ecumenico" per la sede di Costantinopoli, accolse la proposta e inviò due rappresentanti a sostenere il suo diritto di conferma dei decreti finali.

Il concilio si radunò dapprima in una chiesa di Costantinopoli ma fu interrotto da milizie che agivano per conto dei vescovi iconoclasti che si opponevano a Irene. La basilissa Irene allora, agitando il pericolo di una minaccia araba in realtà inesistente, ordinò di trasferire il concilio nella più tranquilla Nicea, che in virtù del primo concilio ecumenico tenutosi nel 325 ispirava inoltre maggiore autorità. Questo concilio riuscì a giungere al termine dei lavori alla fine di settembre del 787. Tarasio ebbe il compito di moderare la discussione sebbene, in via di principio, presiedessero i rappresentanti papali. Con il loro sostegno, Tarasio usò la propria abilità diplomatica per attenuare le richieste della fazione monastica, che chiedeva l'annullamento di tutte le ordinazioni eseguite da vescovi iconoclasti. Decise infatti che sarebbero stati deposti solo coloro (probabilmente non molti) che avevano avuto un ruolo attivo nelle persecuzioni. I dibattiti furono caratterizzati dalla quasi totale mancanza di una seria discussione teologica sulla questione: fu merito di Tarasio liberare i vescovi della sua fazione dall'inclinazione compiacente per le leggende e di insistere invece sulla precisa distinzione tra latrai (adorazione) e proskonesis (venerazione). La venerazione di icone fu dichiarata ortodossa per il fatto che il culto veniva rivolto alla persona rappresentata nell'immagine e non all'immagine stessa.

Tarasio portò inoltre il concilio a considerare anche altri argomenti, in particolare la simonia e la necessità per ecclesiastici e monaci di uno stile di vita austero e impeccabile, del quale egli stesso fu uno straordinario esempio. Inviò quindi a papa Adriano un resoconto del concilio, il cui documento finale includeva ventidue canoni disciplinari. Anche se Tarasio aveva diretto il concilio in modo saggio ed equilibrato, tra i monaci che aveva chiamato a contrastare i vescovi iconoclasti rimase qualche risentimento.

Fu quindi trascinato nelle macchinazioni imperiali di Irene, che continuava a esercitare la reggenza sebbene Costantino VI avesse già raggiunto l'età per poter regnare. Dopo aver costretto il figlio a troncare il fidanzamento con Rotrude, figlia di Carlo Magno, lo spinse a sposare Maria di Paflagonia, che avrebbe in seguito calunniata e forse tentato di avvelenare; Costantino decise poi di divorziare da Maria, perché legato a Teodota, una delle dame di compagnia della moglie. Egli cercò di persuadere Tarasio che Maria stava progettando di avvelenarlo, ma Tarasio subodorò un imbroglio. Il patriarca doveva perciò affrontare tre problemi delicati: il divorzio e i motivi che l'avevano provocato; il diritto al secondo matrimonio; l'atteggiamento della Chiesa di fronte alla successiva bigamia. C'era inoltre il problema dell'applicazione dei canoni alla persona dell'imperatore. Inizialmente Tarasio adottò una linea di comportamento severa, rifiutando di accettare il divorzio e minacciando di scomunicare Costantino. Il matrimonio tuttavia fu ugualmente celebrato da un sacerdote di nome Giuseppe e non è possibile stabilire se vi sia stata o no la tacita approvazione di Tarasio, ma in ogni caso l'esito fu che Tarasio censurò Giuseppe senza prendere provvedimenti canonici.

In parte per ragioni di principio (le leggi della Chiesa, appena ristabilite, venivano sacrificate a considerazioni di ordine pratico), in parte per motivi politici (Costantino era consigliato e sostenuto da vescovi in passato iconoclasti), la fazione monastica guidata dall'abate Platone di Saccudion (4 apr.) e da suo nipote Teodoro Studita (11 nov.) accusò Tarasio di lassismo, ruppe la comunione con lui e denunciò il matrimonio dell'imperatore come adulterio. La reazione non tardò e Costantino mise in prigione e poi bandì Teodoro e Platone, mettendo così in crisi il movimento di riforma della Chiesa. Vedendo che suo figlio non era sostenuto né dall'esercito né dalla Chiesa, Irene lo fece imprigionare e accecare nel 797, assumendo la posizione di unica regnante. Tarasio fu costretto a scomunicare Giuseppe, a bollare Teodota come adultera e a diseredarne il figlio. Cinque anni dopo, infine, Irene fu deposta da Nièreforo ed esiliata sull'isola di Lesbo, la qualcosa permise a Tarasio di trascorrere in una certa tranquillità i rimanenti quattro anni del suo patriarcato.

Tarasio era persona umile, avversa al fasto e alla pompa; faceva indossare al suo clero vestiti semplici con cinture fatte di pelo di capra e non voleva schiavi che lo servissero; camminava in mezzo al popolo e parlava con la gente. Il suo temperamento lo rendeva inadeguato a trattare con persone come Irene. Poco prima di morire — come riferisce nella sua biografia Ignazio Diacono, che fu detentore dei sacri vessilli e che divenne vescovo di Nicea — ebbe una visione nella quale discuteva degli eventi della sua vita con una serie di accusatori. Alla fine la serenità ebbe la meglio e Tarasio morì in pace dopo un patriarcato durato ventun anni, molti dei quali turbolenti. A differenza di tutti coloro, santi e non, che furono coinvolti nei dibattiti teologici, ecclesiastici e politici che sconvolgevano Bisanzio a quel tempo, Tarasio mantenne una condotta prudente, lasciando però irrisolta la controversia iconoclastica. Essa infatti si riaprì nell'814, quando l'imperatore Leone V l'Armeno cominciò ancora una volta a rimuovere le icone dalle chiese ed esiliò il patriarca Niceforo I (13 mar.), successore di Tarasio, che era come lui un laico elevato direttamente al soglio vescovile. Una scorretta traduzione in Occidente dei decreti del 1.1 concilio di Nicea portarono i vescovi franchi a un pronunciamento contro di esso, pubblicato nei Libri Cardini nel 790, e alla coseguente condanna da parte del sinodo di Parigi dell'828. L'autorità pontificia, corroborata da un'adeguata spiegazione teologica, rettificò poi l'errata traduzione, ma la controversia iconoclasta rimase uno dei punti d'incomprensione che riemersero nel Grande Scisma tra Oriente e Occidente nel 1054.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Costantinopoli, san Tarasio, vescovo, che, insigne per pietà e dottrina, aprì il Concilio Niceno II, nel quale i Padri difesero il culto delle sacre immagini.

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