San Giona

San Giona
Nome: San Giona
Titolo: Profeta
Nascita: IX secolo a. C., Sconosciuto
Morte: VIII secolo a.C., Sconosciuto
Ricorrenza: 21 settembre
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione


GIONA Profeta biblico, santo (sec. VIII a.C.). "Alzati, va' a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me". Incaricato di questa missione, C. non parte per l'Assiria, per l'Oriente dove Dio l'invia, ma s'imbarca su un battello che si prepara a partire per l'Occidente, "per fuggire lontano dal Signore". Il più lontano possibile. Tarsi: sì, va bene. E in Spagna, in Sardegna o in Tunisia? E comunque così lontano che per ognuno è "in capo al mondo". Vi si può arrivare solo con solide navi adatte per la navigazione di lungo corso. Ma al Signore non piace che l'uomo fugga la propria vocazione, per quanto ardua essa sia. Manda dunque un vento violento sulla scia del fuggiasco, il mare si scatena, il battello sta per spezzarsi. I marinai, paralizzati dalla paura, invocano ognuno il proprio dio. Solo Giona non prega il suo e con ragione. Si è ritirato in fondo alla nave e dorme o fa finta di dormire, come un bambino che si sa in
colpa. "Eh, che! — gli disse il capitano — tu dormi? Levati, invoca il tuo dio. Forse egli si darà pensiero di noi". "Ci pensa anche troppo", pensò Giona Gli dei restavano sordi. Forse qualcuno nel battello attirava la loro collera? Chi? La sorte designò Giona "Chi sei? Che fai qui?". Egli dovette spiegare che fuggiva dal cospetto del Signore, Dio del cielo il quale ha fatto il mare e la terra" (Giova, I, 9). Che fare? "Gettatemi in mare, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia". Ed essi si misero a pregare il dio di Giona: "Ah! Signore, se tu vuoi far perire quest'uomo, non perderci con lui: noi siamo innocenti. Fa' di lui come ti sembrerà bene". E lo lanciarono fuori bordo. La tempesta subito si calmò e i nostri marinai, convertiti al vero Dio, gli offrirono un sacrificio. Primo profeta inviato ai pagani, Giona fugge la sua missione e, suo malgrado, converte dei pagani con una predicazione forzata.

Ma che avviene di Giona? Un grande pesce, mandato da Dio, l'ha inghiottito. "Racconti di questo genere non mancano nell'Antichità. Se ne trovano in tutte le parti del mondo, in Grecia, in Siria, in Egitto e persino in India" (V. Mora, Cahier Evangile, n. 36: Jonas, p. 13). Qui è un pesce "del buon Dio", che tiene Giona nelle viscere per tre giorni e tre notti. Durante questo tempo, in questo "sottomarino" che cosa fa il nostro profeta recalcitrante? Un pio scriba gli mette sulle labbra un salmo. Salmo o non salmo, si può immaginare che il mostro marino, da parte sua, navighi vigorosamente verso l'Oriente. In ogni caso, per ordine di Dio, vomita il suo passeggero sulla terraferma. Giona, appena sbarcato è rimandato alla sua missione: "Va' a Ninive, la grande città e annuncia loro quanto ti dirò". Questa volta, da vero "missionario", Giona "si alzò e andò a Ninive, secondo la parola del Signore" (III, 3). Ora Ninive — presso Mossul — era una gigantesca metropoli: "di tre giornate di caminino". Incominciando senza esitare, Giona apre un'immensa "liturgia penitenziale" (V. Mora). Cammina a grandi passi, proclamando a squarciagola, da parte di Dio: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!" (III, 4). Perché "quaranta giorni"? Giona non si pone nessuna domanda: predice e dà solamente la data della catastrofe. Dio concede un po' di tregua. I Niniviti approfittano di questa tregua: il profeta di sventura non ha ancora terminato la prima giornata di lavoro apostolico che già essi proclamano un digiuno e vestono sacchi di penitenza, tutti, dall'alta aristocrazia fino alla povera gente. Il re lascia il trono e la veste regale, si copre di sacco, siede sulla cenere e decreta il digiuno totale per tutto il Paese, persone e animali, segno che "ciascuno si allontanerà dalla cattiva strada e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi?" (III, 8). Ottimo moralista e conoscitore degli uomini, il re prende di mira l'ingiustizia e la violenza prima dell'idolatria. Il cuore di Dio si impietosisce: passane quaranta giorni e Ninive non è distrutta, è perdonata. "Giona ne provò gran dispiacere e ne fu indispettito" (IV, 1); spiegò anche perché era fuggite verso Tarsi: "Ali! Signore, io me l'aspettavo! Eccc perché mi ero affrettato a fuggire a Tarsi. Sapevc che tu sei un Dio benevolo e misericordioso, lente alla collera, fedele nell'amore e che ti affretti a tor• nare sulle tue decisioni. Adesso, che figura ci facci( io, davanti a Ninive, la Grande! Te ne prego, Signore, fammi morire. Preferisco andare a nascondere la mia onta nello sheol". Si avvia per uscire dalla città quando va a sedersi indispettito, all'ombra di un ricino e sta a osservare. Chissà che Dio non finisca per distruggere Ninive e dargli ragione? In attesa si gode quella bella ombra! Per un po' Giona gode la sua frescura e dimentica la sua miseria. Prova persino gioia: dopo tutto l'ha scampata bella — uscire indenne da quella tempesta, da quel pesce — e adesso questo prezioso ricino! Non pensa nemmeno che quel ricino, come la tempesta, come il pesce, sia un ricino "del buon Dio".

Dio manda un verme a pungere la pianta, che si secca. Al suo posto, uno scirocco soffocante, un sole torrido sulla testa del profeta che cade di nuovo in profonda depressione: "Per me è meglio morire che vivere". Allora il Signore: "Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?". Egli rispose: "Si., è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte!" Ma il Signore gli rispose: "Tu pretendi di aver ragione di sdegnarti per amore di quella pianta. E tuttavia non ti è costata niente; non sei stato tu a farla crescere. E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città nella quale sono più di centoventimila esseri umani che non sanno distinguere la destra dalla sinistra e bestie (anch'esse innocenti) in numero incalcolabile" (cfr. IV, 9-11).

Questa storia inventata a scopo didattico, scritta poco dopo l'esilio, è un meraviglioso sermone', conciso, pieno di immagini e di humour, sulla conversione dei peccatori, la tenerezza dí Dio e la vocazione universale dei pagani alla grazia e alla santità. Anche sulla vocazione e l'urgenza missionarie: senza la predicazione di Giona, né i marinai, né i Niniviti sarebbero venuti a Dio, alla giustizia e alla pace. Il Libro di Giona è cosi un appello missionario.

Giona è stizzoso, persino amaro. E tuttavia è un missionario assolutamente fortunato: tutto gli è riuscito a meraviglia, in Occidente e in Oriente. In piccolo, nel battello, ha creato la Chiesa; su scala più grande, in Ninive la Grande, ha suscitato la Chiesa. Ijest e l'ovest, il nord e il sud cominciano a sacrificare allo stesso Dio, a cercare insieme la giustizia e la pace.

I menologi orientali, greci e copti, ricordano Giona il 21 settembre. A Cosranrinopoli, nel VI secolo, esistevano una chiesa e un monastero dedicati a san Giona Solo nel XIV secolo l'Occidente gli apre i suoi calendari, prima al 27 gennaio poi, sotto l'inglusso del Baronio, nel Martirologio romano, il 21 settembre. Vi si dice: "A Saar M, S. Giona, profeta, che fu sepolto a Cedi". "In realtà, tra Diospolis e Joppe, ma un po' più a sud, un villaggio chiamato Geth, o Gitta, possiede nel VI secolo una basilica a tre navate elevata sulla tomba del profeta Giona. Si noterà che questa localizzazione di origine giudaica si oppone ad altre tradizioni, giudaiche anche queste, che la pongono in Galilea o anche a Ebron" (R. Maraval, Lieux saints et pèlerinages d'Orient).

MARTIROLOGIO ROMANO. Commemorazione di san Giona, profeta, figlio di Amittai, sotto il cui nome è intitolato un libro dell’Antico Testamento; la sua celebre uscita dal ventre di un grosso pesce è interpretata nel Vangelo come prefigurazione della Risurrezione del Signore.

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