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Basilica di Sant'Antonio di Padova

Sant' Antonio di Padova
Nome: Basilica di Sant'Antonio di Padova
Titolo: Pontificia Basilica Minore
Indirizzo: Piazza del Santo 11 - Padova


Il tempio, che i padovani vollero subito dedicare al Santo di Lisbona, sorge sul luogo dove era la chiesa Santa Maria Mater Domini, forse in parte rovinata per terremoti, e dove, da qualche anno i fraticelli, seguaci di San Francesco, si erano stanziati. La costruzione procedette a rilento, per la tristizia dei tempi; nel 1263 la nuova chiesa era giunta ormai alla crociera e, nel 1307, poteva considerarsi come ultimata.

Chi fu il genio che ne tracciò le linee architettoniche? Alcuni dissero disegno del grande Nicola Pisano, ma nessun documento conforta la tradizione. Alla pianta e all' ossatura romanica della nave - nota il Moschetti - si unisce l'uso non più decorativo, ma statico dell'arco acuto, e l'adozione dell'abside col corridoio e con le cappelle raggianti, proprio dell'architettura ogivale; gli elementi romanici e gotici, insieme frammisti, altri se ne aggiungono di carattere bizantino, come le cupole emisferiche; da ciò ne viene, a tutto l'edificio, un'impronta originale, sebbene non organica. Specialmente la parte posteriore della Basilica, con le sue otto cupole, è di una meravigliosa bellezza prospettica.

La facciata


LA FACCIATA.


La facciata scrive padre Gonzati, che fu insigne illustratore della Basilica mette nell'animo la più alta idea del tempio del Signore, ed appaga l'occhio del riguardante. Inferiormente è divisa da quattro angoli rientranti, a sesto acuto; due maggiori comprendono le porte laterali; altri fiancheggiano la porta maggiore e nel vano di queste si apre una finestra che, più delle altre, si eleva fin quasi al serraglio. Gli stipiti di questa porta si rizzano a livello dei piedritti su cui poggiano i quattro archi, ma rientrano a colonnette e costoloni, restringendosi. Sovra l'imposta vi è, in metallo dorato, il nome di Gesù con ai lati dipinti a fresco dal Mantegna, due santi genuflessi: Sant'Antonio da Padova e San Bernardino da Siena. Quasi immediatamente sopra gli archi corre, per tutta la larghezza della facciata un'elegantissima loggia coperta che introduce nei ballatoi interni. Diciassette colonne di marmo e due piedritti sorreggono diciotto archi minori a sesto acuto.

Mirando dalla bella piazza l'accennata loggia, pochi si avvengono delle varie forme onde sono foggiati capitelli delle colonne. Alcune hanno nel mezzo la Croce, con agli angoli la palma, in altri sono scolpite due colombe, in altre foglie di vite, noti simboli di cristianesimo.

Eleganza ancora maggiore troviamo nella cuspide. Gli architetti ponevano grande studio nel nobilitare questa parte elevata dei sacri edifici. Sette cupole ricoprono l'edificio, e l'altra si eleva dall'aggiuntavi Cappella delle Reliquie; gruppo nel suo complesso magnifico e forse unico in tutta Europa. due campanili sono alti metri 68; delle cupole quella centrale, che misura metri 67 compreso l'angolo che si aggira sul vertice, ha forma conica piramidale; le altre sono emisferiche.

L'INTERNO DEL TEMPIO.


Entriamo per le porte di bronzo, creazione dell' architetto Camillo Boito, inaugurate nel 1895; su quella centrale è posta, come a protezione, la statua di marmo del Santo, opera di Augusto Felici. L'interno, a tre navate, che misura metri 112 per 50, e che ha l'altezza massima di metri 38.50, non è soltanto sacro alle ceneri e alle reliquie del « Santo dei Miracoli », ma si può considerare un vero Pantheon delle glorie, non solo padovane e veneziane, ma nazionali.

Dirigiamoci subito alla Cappella dell'Arca di Sant'Antonio dopo di aver piegata la fronte e inchinati i ginocchi davanti al sepolcro che custodisce la venerata spoglia che quivi venne traslata nel 1310, osserviamo lo splendore d'arte che circonda, a gloria, il Taumaturgo. La cappella è un capolavoro di leggiadria e di bellezza architettoniche, ideato nel 1500 da Andrea Briosco, detto il « Riccio », e diretto prima da Minello de' Bardi, e poi dal Falconetto che, nel 1533, decorò a stucchi la volta interna; ma agli ornati lavorarono, per più decenni, una pleiade di artisti padovani forestieri, come Antonio e Tullio Lombardo e Jacopo Sansovino, che scolpirono grandi quadri marmorei, celebranti le gesta miracolose del Santo; con essi gareggiarono nell'opera i loro allievi, e fra questi il Mosca, padovano, il Campagna, veronese, il Cattaneo di Carrara. L'altare che poggia sull'arca di marmo verde contenente, una cassa d'argento, le spoglie del Santo, fu costruito nel 1593 su disegno di Tiziano Aspetti di cui sono pure le tre statue di Sant'Antonio, San Bonaventura e San Lodovico e i quattro angeli che portano i ceri.

Osserviamo anche nove altorilievi marmorei, già citati, che rappresentano: « Sant'Antonio fa parlare un bambino perchè attesti l'onestà della madre»; « Aleardino si converte al miracolo del bicchiere che spezza la pietra »; « Il Santo riattacca un piede ad un giovane amputatosi dopo un calcio alla madre »; « Il cuore dell'avaro nello scrigno »; « Sant'Antonio risuscita il proprio nipotino Parrasio annegato da tre giorni »; « Richiama in vita la giovane Carilla annegata »; « Risuscita un giovane perchè scagioni d'omicidio il padre del Santo »; « Risana una donna ferita dal marito geloso»; « La vestizione dell'abito dei Minori ». Sono sculture del Rinascimento, e ben dice il Moschetti che, in questi lavori, alla finezza, alla robustezza, alla concettuosità, talvolta persino troppo densa severa, dell'ideale di Donatello, sottentrano già la levigatezza, la morbidezza, che preannunziano di lontano il barocco.

Nel complesso la Cappella è un vero gioiello per venustà e per ricca armonia di decorazioni. Veramente la scultura versa qui, a piene mani, i suoi doni; e, dove non ha luogo l'arte, risplende la ricchezza di elettissime pietre, come il diaspro, il serpentino, il verde antico, porfido, la corniola e l'ametista.

Altare Maggiore Basilica di Sant'Antonio
Altare maggiore


L'ALTARE MAGGIORE O DI DONATELLO.


L'Altar Maggiore, o di Donatello, fu provveduto - scrive Oliviero Ronchi - dei bronzi e delle sculture del grande artista fiorentino (1447-1450) per la munificenza del lanaiolo Fransco da Tergola, e venne rifatto da Camillo Boito, che riunì le opere donatellesche, disperse per la Basilica, il 15 agosto 1895, nella ricorrenza del settimo centenario della nascita del Taumaturgo. L'Altare è di marmo bianco, rosso e giallo, con mosaici dorati. La « Pietà » dodici angioletti, « un vero poema in onore della fanciullezza», ornano il paliotto e i fianchi della mensa. Nel dossale, una Pietà, nel mezzo due storie di miracoli (Il cuore dell'avaro, la mula inginocchiata), e due di dietro (il piede riattaccato; l'infante che parla). Sovra nel mezzo, le statue di quattro Santi. Nel centro domina lo stupendo « Crocefisso ». Di dietro risalta la tragica scena, la « Deposizione », in pietra di Nanto. Le parti architettoniche ed ornamentali furono imitate,
nel restauro, da opere di Donatello.

Il grande « Crocefisso » è uno dei più mirabili capolavori, eseguiti interamente dal maestro, come tutte di sua mano sono le statue di San Lodovico, di San Prosdocimo, il Cristo emergente dal sepolcro, e taluni degli angeli suonanti; così pure alcune tavole con i miracoli di Sant'Antonio, preziose, per la vivacità della composizione, la sapienza del modellato, per la ricchezza architettonica e la scienza prospettica degli sfondi. È da ammirarsi fra tutte - fa notare il Moschetti - il « Miracolo della mula », una certamente delle più vive e grandiose narrazioni che la
scultura del rinascimento abbia dato, insuperabile di ardimento e di bellezza; mentre la « Deposizione », dietro all'altare, è la più romantica delle composizioni padovane del Donatello. Accanto all'altare si innalza il celebre candelabro del Briosco, composizione sommamente ricca, elegante, varia di linee, di ornati, di rilievi, di statuine. È uno dei più grandi candelabri del mondo e costò la somma di 600 ducati.

ALCUNE CAPPELLE DELLA BASILICA


Le diciotto cappelle meriterebbero una particolareggiata trattazione, tante opere d'arte - alcune - insigni veramente - le fanno apprezzare. La quarta cappella, a destra entrando, è quella del SS. Sacramento o del Gattamelata, e venne eretta dal 1456 al 1459: quivi riposano i resti di Erasmo Gattemelata, illustre capitano della Serenissima. Il sepolcro è eccellente lavoro, di robusta concezione, fatto eseguire per incarico di Giacoma della Leonessa, moglie del celebre condottiero; nella parte opposta sta quello del figlio Giannantonio, che, nel suo complesso, ha pure notevoli pregi d'arte.

Decorano la chiesa altre cappelle: quella del Crocefisso che è la V. - eretta nel 1624 della famiglia Santagiuliana; segue la cappella di San Felice, una delle cose più preziose della Basilica, dovuta alla pietà di Bonifazio de Lupi, marchese di Soragna, capitano di Francesco da Carrara; data di Avanzo e di Altichieri da Zevio, maestri insigni della vecchia scuola veronese. Sopra questa cappella sta il grande organo eseguito dalla casa Bassi-Vegezzi di Torino.

Seguono le cappelle di Santa Rosa, dipinta da Biagio Biageti, su bozzetti di Seitz, nel 1913, e quella Germanica, dipinta da Martino Feuerstein (r907), con una bella cancellata della ditta Gronsbech di Monaco.

Cappella delle Reliquie
Cappella delle Reliquie


IL TESORO


L'undicesima è la cappella delle Reliquie del Tesoro, in stile barocco (16g0), addossata alla Basilica, opera del genovese Filippo Parodi, compiuta dal padovano Augusto Sanavio. Reverenti, inchiniamoci alle reliquie del Taumaturgo e di altri santi. Sono centodue reliquiari, mirabili tesori di oreficeria. Primo fra tutti quello che custodisce la lingua di Sant'Antonio, miracolosamente rinvenuta incorrotta, come fosse di persona vivente, fra le ceneri del sepolcro. Altro pregiato reliquiario è quello del mento del Santo, ricco di pietre preziose; vi sono ancora reliquiari dei secoli XIV e XVI; un incensiere di stile bizantino, condotto parte a cesello e parte a bulino, una navicella con nielli preziosi, ed un ostensorio d'argento del milanese Antonio Ghezzi, dono magnifico di Vittorio Emanuele Il (1866).

ALTRE CAPPELLE - I MONUMENTI FUNERARI.


Dopo la Cappella del Tesoro meritano un cenno: la cappella Polacca, con una bella statua di San Stanislao; la cappella Ungherese, dedicata a Santa Elisabetta; la cappella di San Francesco, col bel sepolcro dei Mussato, attribuito al Riccio; la cappella della Madonna Mora, che è un avanzo della chiesa di S. Maria Mater Domini; e la cappella Conti, dedicata al Beato Luca Belludi (I).

Poche chiese d'Italia possono paragonarsi a questa Basilica per bellezza ed importanza di monumenti funerari. L'arte della scultura e dell'architettura ha, quivi, una storia viva e parlante che, partendo da umili e modesti principi, si eleva per gradi al gusto squisito del quattrocento e del cinquecento, per inturgidirsi nel tronfio barocco del seicento. Dopo il sepolcro, già citato, dei
Gattamelata è notevole l'elegante monumento al grande letterato e cardinale Pietro Bembo, (1547), in stile corinzio, dell'architetto veronese Michele Sanmicheli, busto del carrarese Danese Cattaneo; ed è pure da ammirarsi per gusto squisito, vicino alla cappella dell'Arca, quello anteriore del giureconsulto arentino Antonio Roselli, di Paolo Lombardo. Presso un pilastro della navata maggiore, a sinistra vi è il monumento ad Alessandro Contarini, "generale" provveditore dell'armata veneziana e procuratore di S. Marco. Sopra una piramide grandeggia il simulacro della Fama, e sei schiavi portano il cenotafio: d'intorno vi è un fregio largo e sporgente carico di trofei. Anche quest'opera si deve al Sanmicheli; come pure è suo disegno il monumento a Luigi Visconti, nel quale si innestano all'arte idee e sentimenti veramente cristiani; sul basamento poggiano quattro modiglioni a zampa di leone, e dai modiglioni sollevasi un'urna rettangolare scolpita a fogliami, e sopra si erge la maestosa immagine del Salvatore, quasi dica. Io trionfo della morte!

È da notarsi pure il monumento a Caterino Cornaro, generale dei veneziani, morto combattendo alla difesa giureconsulto Raffaele Fulgoso, che imita quello modellato in San Giovanni di Firenze per Giovanni XXIII. Sul basamento, molto elevato dal suolo, piccole statue raffigurano le virtù, e sul letto funebre, riposa la salma di questo personaggio che era denominato « il Monarca dei dottori » tanta era la vastità del suo sapere.

CAPITOLO, CHIOSTRI E BIBLIOTECA.


La Sala del Capitolo contiene affreschi giotteschi; fra questi dipinti vi è la rappresentazione di San Francesco che riceve le stimmate, e del supplizio dei cinque protomartiri francescani. L'andito della Sacrestia conduce al Chiostro del Noviziato, costruzione della fine del 1400; a nord-est, vi è un lato del Chiostro del Paradiso, che faceva parte del primitivo domicilio dei compagni di Sant'Antonio. Il Chiostro del Capitolo è ricco di lapidi e monumenti del secolo XIII; venne ripristinato nel 1922.

Dal Chiostro Generale si sale alla celebre Biblioteca Antoniana, fondata nel secolo XIII, archivio prezioso per gli studi religiosi e francescani, in particolare, ricco di codici e incunaboli. Accanto alla Biblioteca si aprono le sale del Museo Antoniano, interessantissime per la numerosa raccolta iconografica del Santo e della Basilica: nella prima sala del piano inferiore vi è la statua di Sant'Antonio in pietra di Nanto, già collocata nella nicchia centrale della facciata della Basilica, ed è ritenuta il più antico ricordo delle sembianze del Taumaturgo. Nello stesso Chiostro, a pian terreno, vi è la Sala dei concerti, frequentata dagli allievi della Cappella musicale antoniana, scuola antica, fiorente, che risale al 1565; è celebre sopra tutto per illustri maestri che la diressero, per le nobilissime tradizioni d'arte, per l'archivio musicale che conserva, tra l'altro, composizioni del Tartini.

I visitatori devono poi recarsi all'Oratorio di San Giorgio che ha, per la storia della pittura, una eccezionale importanza per le opere di Altichieri da Zevio e di Avanzo; e all'attigua Scuola del Santo, eretta nel 1427, celebre per dipinti del Tiziano eseguiti negli anni 1511 e 1512, quando aveva circa 35 anni ed era cioè giunto alla massima perizia e al fulgore della sua arte: il sommo pittore ha rappresentato i miracoli di Sant'Antonio: « Fa parlare un bambino per testimoniare l'innocenza della madre », « Risuscita una donna »; « Riattacca il piede ad un giovane » « Risuscita un bambino annegatosi in una cladaia ». Gli altri affreschi, pure pregevoli, sono di Bartolomeo Montagna, di Girolamo del Santo, del Campagnola e di altri.

La statua gattamelata


LA STATUA DI GATTAMELATA.


A sinistra della Basilica, sulla piazza sorge, ed è quasi completamento architettonico al tempio, la famosa statua del condottiero Gattamelata (Jacopo da Narni) che fu capitano generale dei Veneziani e vincitore del suo rivale, il Piccinino, nel piano d'Arco presso il lago di Garda. Due alti pregi ha questo nobilissimo monumento: di essere opera del Donatello, e di essere stata la prima statua equestre fusa in Italia dopo l'antichità. Così la descrive Giorgio Vasari: « Donato fece il cavallo di bronzo che è sulla piazza di Sant'Antonio, nel quale si mostra lo sbuffamento ed il fremito del cavallo ed il grande animo e la fierezza vivacissima espressa dall'arte nella figura che lo cavalca. E si mostrò Donato tanto mirabile nella grandezza del getto in proporzioni e bontà, che veramente si può eguagliare ad ogni antico artefice in movenze, disegno, arte, proporzioni e diligenza. Perchè non solo fece stupire allora quelli che lo videro, ma ogni persona che al presente lo vede » Nell'esodo dei pericoli che la guerra imposero alle principali opere d'arte cittadine, 1917, la statua fu trasportata a Roma, ed ivi aggiunta ai cinque destrieri veneziani di San Marco nel palazzo Venezia, trasformato allora nella più bella scuderia del mondo. Tornò sulla propria base il 23 luglio 1919.

Ecco narrata brevemente la storia del Taumaturgo e del suo Santuario. La memoria delle sue virtù e i frequentissimi miracoli gli acquistarono tosto quella venerazione che andò sempre crescendo, come ognuno può vedere; e se la Chiesa, nonostante le sue cautele in siffatti giudizi, lo santificò l'anno dopo la morte, la sua figura del Missionario e del Santo doveva avere veramente una grandezza incomparabile, quella grandezza che diffuse per il mondo il culto Antoniano.

Così viene tratteggiata l'opera del Santo nel suo secolo, dal Moschetti: «A Padova fra le miserie e le agitazioni che precedono e preparano il sanguinoso periodo del tiranno Ezzelino si eleva nel seno della città stessa una figura di dolcezza e di nobiltà, il francescano Antonio da Lisbona. Egli è veramente il santo del popolo; egli stette validamente in difesa degli oppressi contro gli
oppressori; la parola sua sonò fluente ed efficace in pro' d'ogni derelitto; coraggiosa smascherò le turpitudini e le usurarie ladrerie dei signori, predicò, fra mezzo gli odì ed ai pianti, la pace e l'amore. E il popolo che quella parola aveva con ebbrezza ascoltato, che a quella parola aveva veduto spalancarsi le carceri gremite di debitori, ne evocò poi, nel nefasto periodo che seguì alla morte di lui, con indomito affetto il ricordo, ne tramandò di bocca in bocca, vestendole dei fulgenti colori della fantasia, le miracolose azioni di pietà mentre vestiva già neri colori le cruenti azioni del tiranno. Così l'uno parve e fu l'antitesi dell'altro e il popolo stesso, non curante dell'anacronismo, narrò che il Santo sfidasse, per salvare gli uomini, la demoniaca barbaria di Ezzelino, e immagino il dolce, pallido viso del Fraticello levarsi sereno e fermo di fronte al pauroso cipiglio del sanguinario ».

Testimonianza del culto votato dai padovani al Taumaturgo è il tempio che a lui vollero subito dedicare; quella Basilica, anch'essa chiamata per antonomasia « il Santo », pittoresca scrive il Ronchi come un cespuglio di vari fiori esotici ivi radunati dai venti, e che è tutta un'armonia accidentale di stili.

I lavori, interrotti al tempo di Ezzelino (1237-56), furono poi ripresi, e il Comune decretava un annuo contributo di 4000 lire sino al compimento della Basilica.

La prima metà del trecento vide salire le tribune a cupola, i campanili a minareto, le torri d'oro; misto di romanico amoreggiante con l'arabo orientale, ad imitazione di quanto facevasi allora in San Marco di Venezia.

Nell'Arca preziosa, racchiusa nella cassa d'argento - dove fu traslata nel 1310 - riposa la spoglia di Antonio, in un alone di religione, d'arte e in un mistico splendore raccolto. Sembra l'apoteosi di un grande benefattore, di cui il popolo ha sempre presente il ricordo devoto, fervido, affettuoso, come di un protettore ognora vigile e presente: attorno al portentoso Fraticello del medioevo vi è, con le preghiere, coi voti, con le funzioni religiose, la continuità di un culto che la lontananza fa sempre più ingrandire. Per dimostrarlo si dovrebbe rievocare l'annuale pellegrinaggio del 13 giugno, quando, la moltitudine infinita si prostra nella Basilica insigne, davanti alla sua arca miracolosa. Sembra allora che l'anima del vocante la grazia e la protezione; e i fedeli protendono le mani verso il suo Sacro Sepolcro.

Queste scene di fede, di affetto, di riconoscenza e di preghiera si ripetono ogni anno e ogni giorno, dalla morte di Antonio, e si ripeteranno nei secoli perchè eterne sono le virtù del Santo assurto alla gloria del Cielo.

VISITA IN TRE DIMENSIONI



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