In nessun tempo i bambini hanno goduto pienamente del rispetto e dell'amore che la loro fragilità richiede. La storia di Santa Giuseppina Bakhita ne è una drammatica testimonianza. Nata nel 1869 a Olgossa, nel Darfur, in Sudan, apparteneva a una famiglia benestante che possedeva terreni e bestiame. La sua infanzia trascorse serena fino a quando la violenza della tratta degli schiavi sconvolse la sua vita.
Nel 1874 la sorella maggiore fu rapita dai mercanti di schiavi. Due anni dopo toccò anche a lei. I rapitori arabi le imposero il nome di Bakhita, che significa «fortunata», e la rivendettero più volte nei mercati degli schiavi. Iniziň così una lunga e dolorosa odissea durante la quale passò da un padrone all'altro, subendo umiliazioni e sofferenze indicibili.
Tra i suoi padroni il più crudele fu un generale turco che la sottopose a un doloroso tatuaggio rituale: sul suo corpo furono praticati 114 tagli con un rasoio, successivamente cosparsi di sale per lasciare cicatrici permanenti. Fu una prova terribile dalla quale riuscì a sopravvivere. Anni dopo avrebbe commentato: «Il Signore mi voleva per cose migliori».
La sua vita cambiò quando venne acquistata dal console italiano Callisto Legnani, che la trattò con umanità e rispetto. Quando il console lasciò l'Africa, Bakhita lo seguì in Italia. Successivamente fu affidata alla famiglia Michieli, presso la villa di Zianigo di Mirano, dove si occupò della piccola Alice.
Durante quel periodo conobbe la fede cristiana grazie all'influenza di alcune persone profondamente religiose, tra cui l'amministratore Illuminato Cecchini. Quando i coniugi Michieli decisero di lasciare temporaneamente la figlia Alice e Bakhita presso le Suore Canossiane di Venezia, la giovane africana ebbe finalmente l'occasione di approfondire il catechismo e conoscere il Vangelo.
Quando i Michieli tornarono per riportarla in Africa, Bakhita dichiarò con serenità ma con grande fermezza di voler rimanere in Italia per seguire Cristo. La questione arrivò davanti alle autorità civili, che riconobbero la sua piena libertà, poiché la schiavitù non era ammessa dalla legge italiana.
Il 9 gennaio 1890 ricevette il Battesimo, la Cresima e la Prima Comunione dal patriarca di Venezia, assumendo i nomi di Giuseppina, Margherita e Fortunata. Per lei fu l'inizio di una nuova esistenza. Comprendere di essere figlia di Dio dopo essere stata trattata come una schiava la riempì di gioia e gratitudine.
Maturò quindi la vocazione religiosa e chiese di entrare tra le Suore Canossiane. Dopo il noviziato, l'8 dicembre 1896 emise la professione religiosa a Verona. Tra coloro che la incoraggiarono vi fu anche il patriarca di Venezia, il futuro papa San Pio X.
Fu poi destinata alla comunità di Schio, nel Vicentino, dove visse per quarantacinque anni. Svolse con umiltà ogni incarico: portinaia, sacrestana, addetta al guardaroba e ai lavori domestici. La sua bontà, la dolcezza e la disponibilità verso tutti le fecero guadagnare l'affetto della popolazione, che la chiamava affettuosamente «la madre moretta».
Si dedicò anche all'animazione missionaria, raccontando in molte città italiane la propria straordinaria esperienza di schiava liberata dall'amore di Dio. Il suo messaggio era semplice e profondo: «Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono. Sapeste che grande grazia è conoscere Dio».
Negli ultimi anni fu colpita da una grave artrite deformante e da problemi respiratori che la costrinsero prima al bastone e poi alla sedia a rotelle. Sopportò ogni sofferenza con serenità e fede. A chi le chiedeva come stesse rispondeva nel dialetto veneto: «Come vuole il Paron», cioè «come vuole il Padrone».
Colpita da una polmonite, morì l'8 febbraio 1947 a Schio. Durante l'agonia rivisse i ricordi della schiavitù, chiedendo che le venissero allentate le catene. Poco prima di spirare pronunciò le parole: «La Madonna, la Madonna...», mentre il suo volto si illuminava di pace.
La fama della sua santità si diffuse immediatamente. Dopo il riconoscimento di diversi miracoli attribuiti alla sua intercessione, fu canonizzata da San Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000.
MARTIROLOGIO ROMANO. Santa Giuseppina Bakhita, vergine, che, nata nella regione del Darfur in Sudan, fu rapita bambina e, venduta più volte nei mercati africani di schiavi, patì una crudele schiavitù; resa infine libera, a Venezia divenne cristiana e religiosa presso le Figlie della Carità e passò il resto della sua vita in Cristo nella città di Schio, nel territorio di Vicenza, prodigandosi per tutti.