Beato Urbano V

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Beato Urbano V
Nome: Beato Urbano V
Titolo: Papa
Nome di battesimo: Guillaume de Grimoard
Nascita: 1310, Linguadoca, Francia
Morte: 1370, Avignone, Francia
Ricorrenza: 19 dicembre
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione
Beatificazione:
10 maggio 1870, Roma, papa Pio IX


Guglielmo (Guillaume) de Grimoard nacque nel castello di Grisac in Linguadoca; il padre era un nobile del luogo e la madre la sorella di S. Elzeario de Sabran (26 nov.). Studiò nelle università, di Tolosa e Montpellier e divenne benedettino. Dopo l'ordinazione tornò in quelle università, poi si recò a Parigi e ad Avignone per conseguire il dottorato. A Montpellier insegnò diritto canonico e teologia e diventò vicario generale della diocesi di Clermont e Uzés; a quanto pare, fu uno dei più grandi esperti in diritto canonico dei suoi tempi. Nel 1352 venne nominato abate di S. Germano ad Auxerre.

A quel tempo il papa si trovava in esilio ad Avignone e per i successivi dieci anni all'abate Guglielmo chiesero costantemente di intraprendere missioni diplomatiche per conto di papa Innocenzo VI. Nel 1361 il papa lo nominò abate della grande abbazia di San Vittore a Marsiglia e lo inviò a Napoli come nunzio apostolico presso la regina Giovanna. Durante questo soggiorno, papa Innocenzo mori e l'elezione del suo successore costituì un arduo problema. Fu un'elezione piuttosto confusa e affrettata, i cardinali votarono senza discutere ed elessero Ugo Ruggero, fratello di papa Clemente V.

Quando rassegnò le dimissioni (con evidente sollievo generale) scoprirono di essere così divisi che era diventato impossibile per lo ro eleggere uno dei propri membri. Scelsero l'abate Guglielmo, un francese che non apparteneva alla Curia, grazie alla sua erudizione e alla sua abilità diplomatica, che tornò immediatamente ad Avignone, dove s'insediò e fu eletto papa con il nome di Urbano perché «tutti i papi chiamati Urbano sono stati santi».

Continuò a vivere in modo austero e spirituale come un benedettino continuando a indossare la tonaca di quest'ordine. Senza dubbio sarebbe stato felice di mantenere la corte papale ad Avignone, ma Francesco Petrarca, il celebrato poeta e letterato romano, gli scrisse una lettera esortandolo a riportare il papato a Roma:

In vostra assenza [...] la pace è stata messa al bando: imperversano lotte interne e esterne, le case vengono abbattute, le mura stanno crollando, le chiese stanno cadendo a pezzi, gli oggetti sacri vengono distrutti, le leggi calpestate, la giustizia è infranta, la popolazione infelice piange e si lamenta invocando il tuo nome con alte grida. Non li sentite? [...] La regina di tutte le città deve restare vedova per sempre? [...] Come potete dormire sotto le architravi d'oro sulla riva del Rodano, mentre il Laterano, madre di tutte le chiese, in rovina e senza tetto, è esposto al vento e alla pioggia, e le tombe dei SS. Pietro e Paolo stanno tremando, e assentarvi proprio nel momento in cui ciò che un tempo fu la Chiesa degli Apostoli è un rudere ridotto a un mucchio di pietre senza forma?

Petrarca evidentemente era preoccupato di questa lettera, dato che la portò con sé per diverse settimane o mesi prima di consegnarla a un messo personale nell'autunno del 1366. Non si sa quanto questa lettera abbia influenzato la decisione del papa, ma la primavera seguente, ignorando l'opposizione del re e dei cardinali francesi, che temevano una diminuzione della loro influenza all'interno della Curia, Urbano prese la difficile decisione di tornare nell'Urbe.

Una pace precaria tra le forze contendenti era stata garantita dal cardinale Egidio de Albornoz, ma esistevano molti rischi: i territori pontifici si trovavano in uno stato d'anarchia e tormentati da bande erranti di mercenari guidate da potenti condottieri. Le grandi famiglie di Roma erano in costante e sanguinoso conflitto, e il popolo rischiava di morire di fame. Nell'aprile del 1367 papa

Urbano partì con grande coraggio, salpando da Marsiglia e portando con sé casse di viveri come grano, formaggio e pesce salato. Il suo viaggio, scortato dal gran maestro dei Cavalieri di Malta fu trionfale. A Carneto (l'attuale Tarquinia) lo aspettava una folla di rappresentanti religiosi e laici, un'ambasciata romana che gli portava le chiavi di Castel S. Angelo e il B. Giovanni Colombini (31 lug.) e i suoi gesuati che sventolavano rami di palma e cantavano inni. Quattro mesi dopo, Urbano entrò in pompa magna a Roma, che non vedeva un papa da oltre mezzo secolo. Quando il pontefice vide le condizioni della città pianse: le grandi chiese, perfino il Laterano, San Pietro e San Paolo, come aveva detto Petrarca, erano in rovina e la sede pontificia inabitabile. Furono presi immediatamente provvedimenti per iniziare la ricostruzione e ai poveri fu distribuito del cibo. Il papa condusse una vita semplice, mangiava frugalmente ed esigeva rapporti sulla distribuzione degli aiuti agli indigenti. L'anno seguente, giunse a un accordo con l'imperatore Carlo IV e strinse una nuova alleanza tra la Chiesa e il Sacro Romano Impero. Simbolicamente Carlo entrò a Roma tirando un mulo con sopra il papa, che incoronò la regina imperatrice. Dodici mesi dopo, l'imperatore d'Oriente, Giovanni V Paleologo giunse a Roma, nonostante lo scisma, e chiese aiuto a papa Urbano contro i turchi. Urbano, ad ogni modo, non poteva offrirgli appoggio, e la sua stessa posizione era incerta. Era un uomo pacifico: aveva fallito nel frenare le azioni dei mercenari, e la sua convinzione piuttosto ingenua che avrebbero accettato di combattere contro i turchi si rivelò infondata. Perugia insorse, poi fu la volta di Roma, con i mercenari guidati dall'inglese Giovanni Hawkwood. Quando il papa e la corte si trasferirono nella residenza estiva di Montefiascone, ovunque circolò la voce che stesse lasciando l'Italia. La salute stava peggiorando e Urbano sapeva che non avrebbe vissuto a lungo. Gli italiani si lamentavano del fatto che si era circondato di francesi, conferendo loro incarichi importanti, e che non aveva nominato abbastanza italiani. La Francia era in guerra con l'Inghilterra e la corte francese insisteva affinché facesse ritorno ad Avignone. Quando i romani si resero conto che aveva deciso di partire, lo implorarono di restare. Petrarca gli scrisse un'altra volta incitandolo con una prosa eloquente a restare nella città di S. Pietro. Nella lettera criticava aspramente i cardinali francesi e insisteva che Roma era il centro di tutta la cultura, che le leggi civili e canoniche provenivano dall'Italia, che i grandi oratori e poeti latini erano tutti italiani, che la lingua e la letteratura latina erano le fondamenta delle arti, che in Francia non vi era cultura, concludendo con una supplica:

Ci lascereste in grave pericolo, che incontrereste anche nel vostro viaggio: nelle foreste ci sono uomini armati, nei campi saccheggiatori, nelle strade rapinatori [...I Restare dunque, o santissimo Padre, perché, se non siete persuaso da questa esortazione, Egli vi verrà incontro sulla strada, Lui che incontrò Pietro che si ritirava e quando Pietro gli disse: «Dove stai andando, Signore?» rispose «Sto andando a Roma per essere crocifisso».

S. Brigida di Svezia (23 lug.), fondatrice e contemplativa, che abitava a Roma, si recò cavalcando il suo mulo bianco a far visita al papa, profetizzando che se avesse lasciato l'Italia la morte lo avrebbe raggiunto presto. Tutte queste opposizioni non ebbero nessun effetto. Nel giugno 1370 papa Urbano disse ai romani che li stava lasciando «per il bene della Chiesa e per aiutare la Francia». A settembre, si imbarcò a Carneto «addolorato, sofferente e profondamente commosso», e il 19 dicembre morì. Petrarca scrisse: «Urbano sarebbe stato annoverato tra gli uomini più gloriosi se fosse morto davanti all'altare di San Pietro, si sarebbe addormentato con la coscienza pulita, invocando Dio e il mondo di essere testimoni che, se mai il Papa avesse lasciato quel luogo, non sarebbe stata colpa sua, ma degli autori di una fuga così vergognosa».

Il papato fu poi riportato a Roma dal successore di papa Urbano, Gregorio XI, sette anni dopo. Successivamente Urbano fu perdonato per ciò che a quel tempo sembrò una catastrofica rinuncia alla sua posizione, inoltre venne elogiato per quello che aveva fatto, per i suoi tentativi di riformare la Chiesa e di frenare la corruzione e la venalità del clero (anche se spesso non ottenne risultati), per il suo incoraggiamento della cultura e l'appoggio offerto alle università, inclusa Oxford, per la partecipazione alla fondazione di nuove università come quelle di Cracovia e Vienna, e il sostegno offerto a molti studenti poveri del nuovo collegio di Bologna (anche se le sue generose borse di studio impoverirono le casse pontificie), per la sua devozione per le reliquie di S. Tommaso d'Aquino (28 gen.), che affidò ai domenicani di Tolosa. Diede alcune istruzioni all'università di Tolosa: «Noi desideriamo e vi invitiamo a seguire l'insegnamento di S. Tommaso come vero insegnamento cattolico, e a promuoverlo al massimo».

La tomba di Urbano nell'abbazia di San Vittore a Marsiglia diventò meta di pellegrinaggi. Si chiese la sua canonizzazione e, a quanto pare, papa Gregorio XI promise di occuparsene, ma vi erano troppi problemi a quel tempo. Il culto di questo papa erudito e coscienzioso si diffuse e fu infine confermato da papa Pio IX nel 1870.

MARTIROLOGIO ROMANO. Ad Avignone nella Provenza in Francia, beato Urbano V, papa, che, dopo essere stato monaco, fu elevato alla cattedra di Pietro e si adoperò per riportare quanto prima la Sede Apostolica a Roma e ristabilire l’unità nella Chiesa.

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